giovedì, giugno 02, 2005
Perché sono estraneo ai mondi che vivo, alle città che abito; perché queste distanze? Non lo so, non l’ho mai capito. Sono nato in un anno strano per il mondo, l’america preparava una guerra in un paese lontano, una guerra inutile come tutte le guerre, una guerra comoda per scaricare gli arsenali, una guerra per i fabbricanti d’armi, una guerra per il controllo delle zone strategiche.
I miei genitori vivevano come molti; la tranquillità economica dava una specie di agiatezza, un disinteresse intellettuale ai problemi del mondo, eravamo il prototipo della tranquilla famiglia media, rappresentanti della famiglia “perfetta”americana anni 60: mia madre, 30 anni, casalinga impegnata “nel sociale”; frequentava la parrocchia e le varie opere di beneficenza realizzate dalla stessa chiesa, mio padre, 31 anni, giovane avvocato con una brillante carriera davanti e una proposta per diventare socio dello studio dove lavorava a solo un anno dall’assunzione.
Mio fratello nato 5 anni prima di me era pieno di salute, biondino e molto educato, io, il secondo figlio, 2 mesi di vita e qualche problemino di salute, prossimo ad entrare in un’incubatrice dopo un veloce cambio di sangue; ero un cosidetto fattore RH. Fin qui nulla d’anormale, l’unica piccola tragedia in quei mesi fu il mio allontanamento dalla famiglia, una tragedia che non ebbe grosse conseguenze, i medici assicuravano il succeso del salasso. Dopo un mese di “isolamento” mi ricongiunsi all’amata famiglia. Fui accolto benissimo, mi fecero visitare la casa e mi assegnarono una camera. A quel tempo si viveva in un piccolo sobborgo di una grande città in un quartiere costituito da villette e avvocati; oltre a mio padre in quel sobborgo abitavano praticamente tutti i suoi colleghi a parte i soci dello studio alloggiati in un quartiere vicino allo studio, luogo desiderato da ogni “buon dipendente”. La casa era una villetta a due piani, la tipica casa da sobborgo borghese; le camere da letto sopra, sala, cucina e studio sotto, un garage, il canestro sulla porta del garage, un po’ di prato intorno e la staccionata divisoria e naturalmente sul retro il barbecue. Non riuscii ad affezionarmi a quella casa, dopo due mesi dal mio arrivo papà ebbe la “proposta”: diventare socio dello studio. Dopo un breve, finto, periodo di riflessione entrò a pieno a far parte della Wichs and Fhisk, uno dei più prestigiosi studi d’avvocatura della città. I fondatori dello studio erano i bisnonni dei due “boss” attuali, Anna e Frank, due 45enni gemelli, Frank era riconoscibile dalla barba e dalla voce più scura, Anna dal rossetto e dalle gonne. Due locomotive, lo studio si vantava di non avere mai, e sottolineavano mai, perso una causa e mio padre nell’ultimo anno aveva contribuito notevolmente a evitare questa “tragedia”; per questo diventò socio così in fretta. Come ogni buon avvocato non guardava in faccia nessuno, si dedicava a pieno alla sua attività lavorativa e la mamma, come ogni buona moglie, gli perdonava la sua “distanza” fisica, i ritardi, le “disattenzioni famigliari” e soprattutto il dimenticarsi “lei”. Mia madre come ogni moglie che si rispetti, così dicevano allora, faceva la mamma, la casalinga, la beneficenza e la “moglie” in quei rari momenti d’intimità che avevano.
Torniamo a me e alla questione casa. Dicevo, alla prima casa non riuscii ad affezionarmici, non n’ebbi il tempo; prima ancora di scoprire il colore delle pareti mi ritrovai in un ambiente nuovo.
Come tutte le famiglie dei soci vivevamo in una villa tra lo studio e il tribunale, una posizione strategica per controllare le udienze e i lavori in studio, il tutto passando per casa a cambiarsi la camicia, darsi una risciacquata e mangiare un boccone con i cari. Il quartiere era strutturato in modo gerarchico e situato su una collina artificiale. Una serie di cerchi concentrici formavano il “miniquartiere”: al centro la casa Wichs and Fhisk, che dalla sommità della collina dominava tutte le altre ville. Il primo cerchio era formato da 2 ville dove abitavano i due soci consiglieri, i soci più importanti dello studio, gli unici che potevano permettersi di obbiettare o consigliare Anna e Frank sull’andamento dello studio. Il secondo cerchio era composto da 4 ville, le ville dei soci osservatori, soci che avevano il compito di osservare e segnalare i buoni e i cattivi avvocati dello studio. I soci osservatori potevano esprimere il loro parere in caso d’acquisizione di un nuovo socio nello studio, cosa che avveniva esclusivamente in caso d’abbandono, morte o retrocessione di uno dei 12 soci, numero limite stabilito dallo studio. Mio padre ebbe la “fortuna“ dell’abbandono di un vecchio socio, zio di Anna e Frank, il quale dopo una serie di tentativi di “accaparrarsi” la proprietà dello studio decise di suicidarsi. Motivazione ufficiale il rimorso di aver tentato di scalzare i nipoti, o almeno così recitava la lettera del suicida. Questo suicidio, in un primo momento, fu considerato sospetto, pareva che l’uomo si fosse sparato e poi avesse riposto la pistola nella fondina e che il buco fatto dal proiettile non potesse corrispondere ad un calibro 9, calibro della pistola nella fondina. Dopo alcune indagini e qualche telefonata di Anna e Frank la tesi del suicidio fu accettata.
Il terzo cerchio era quello dei nuovi arrivati, dei soci matricola, i soci sempre in prova almeno fino a quando non divenivano osservatori, cosa che come ho già detto succedeva esclusivamente per dimissione, morte o retrocessione di uno dei 4 osservatori. Questa gerarchia creava un rapporto di notevole competizione fra i soci e secondo Anna e Frank creava una sicurezza di successo nelle cause trattate, soprattutto perché ogni socio era responsabile di una causa e questo comportava la retrocessione in caso di perdita o pareggio. Dall’altra in caso di vittoria si accumulavano punti per salire la “piramide” fino ad essere soci consiglieri, sempre se qualcuno dava le dimissioni, moriva o veniva retrocesso. Siccome di cause lo studio non ne aveva mai perse il tasso di morte tra osservatori e consiglieri era molto alto, lo studio giustificava tutto ciò con lo stress causato dalla vita quotidiana, dalla famiglia e dai figli irrequieti. Anna e Frank sostenevano che questi suicidi erano causati da mogli petulanti che non capivano i mariti e magari li cornificavano e da figli irrequieti a causa delle madri petulanti che non davano loro l’affetto necessario, perciò se i padri oltre al lavoro dovevano dare retta alle voglie delle mogli e a quelle dei figli si sarebbero stressati a “morte”, e siccome erano dei buoni mariti e degli eccellenti padri morivano per questa sensazione di mancanza verso la famiglia e i relativi sensi di colpa; cosa ben spiegata nelle lettere di chi si suicidava. Questa teoria era supportata, oltre che dalle lettere dei suicidi, da un luminare della psicologia del tempo frequentatore di show televisivi in mezzo mondo. I soci erano completamente d’accordo con queste teorie. Casualmente la casa editrice, l’agente e gli sponsor del “luminare”erano legati ai due gemelli.
Questa nuova casa era il doppio della precedente, aveva una piscina in giardino ed era completamente recintata da una siepe alta 3 metri. Avevamo le camere degli ospiti, la camera per la governante e per la donna di servizio; la moglie di un socio non doveva fare la casalinga e governare i figli ma doveva dedicarsi alla beneficenza ed essere sempre presente a tutte le inaugurazioni o eventi mondani della città. La sua vita doveva avere la dimensione positiva della coppia felice, con i figli perfetti ecc…
Io ero la pecora nera e rischiavo, con il mio fattore rh, di far diventare mio padre il primo socio con un figlio handicappato; il fattore RH poteva essere destabilizzante per lo studio. I documenti relativi al mio “piccolo incidente” vennero nascosti e io risultai sano; soprattutto nascosero il nome del centro che diede il sangue per la trasfusione, un centro del ghetto nero. Il più grande dilemma di Anna e Frank era il sangue “negro” inseritomi nelle vene. Infatti usavano dire a mio padre, dopo le mie “bravate”: “quello scavezzacollo ha del sangue negro nelle vene. Non ragiona come un bianco.”
Una delle peculiarità dello studio di mio padre era l’assenza d’avvocati neri al suo interno e quella di non assistere neri se non estremamente ricchi e inseriti fra i bianchi. Non gradivano gli avvocati che avevano relazioni con i neri. Non lo dicevano esplicitamente e anzi facevano un sacco di beneficenza per il “mondo nero” a copertura del loro razzismo. Il pensiero del sangue nero nelle mie vene li faceva impazzire. Mio padre non ci badava troppo, lui fondamentalmente non era razzista, non avere amici neri era un caso, al liceo e all’università li aveva sempre avuti ma da quando si trasferì sull’altra costa non ebbe più occasione di conoscerne e di conseguenza di diventarne amico. Della politica, “razzista” dello studio, forse non se n’era neanche accorto, troppo preso dalle udienze e dal lavoro in genere. Mia madre, seguendo le attività benefiche dei due, non credeva alle voci sul razzismo dei gemelli, in fin dei conti non erano molti gli studi di quella taratura con all’interno dei neri, molto probabilmente in quegli anni non ce ne erano affatto. In quest’ambiente vissi i miei primi anni di vita inconsciamente consapevole che non sarebbe stato il mio mondo in futuro. Crescevo con la “tata” messicana imparando lo spagnolo, mia madre era sempre impegnata con la beneficenza, mio padre pensava al lavoro e alle sue amanti, in un certo senso erano parte del suo lavoro, tutte colleghe o clienti. L’amante-collega o l’amante-cliente era accettata se non fomentata dallo studio purchè rimanesse amante, cioè sfogo sessuale e delle frustrazioni casalinghe e non un amore alternativo alla famiglia. L’amante collega era ben vista perché non allontanava dal lavoro anzi aiutava a farne di più: i due si incontravano in ufficio e dopo il “frugale” incontro continuavano a lavorare, nell’edificio di 40 piani dove era situata la sede dell’azienda un piano era costituito da una ventina di confortevoli camerette con tanto di bagno e frigobar. L’amante-cliente era ancora più gradita, il coinvolgimento aiutava ad essere determinati, aiutava a vincere. Siccome la 2° regola dello studio era di avere solo avvocati sposati l’adulterio era molto diffuso e se non lo praticavi eri esortato a praticarlo. Le mogli tendevano a “sublimare” il sesso mancato e i tradimenti con un’intensa attività di volontariato e molti massaggi. La cosa più subdola di quel mondo maschilista era far sentire in colpa le mogli perché il marito lavorava molto per mantenerle quel tenore di vita, e la cosa più tremenda era che funzionava. Nel caso che una delle mogli avesse un amante lo studio interveniva con somme di denaro per allontanare l’amante. La moglie che avesse tradito il marito avrebbe destabilizzato “l’avvocato”.
-Cazzo questa è caduta vicino; quando smetteranno con questi bombardamenti. Devo uscire all’aria aperta se no impazzisco.-
Oggi in questo buco di merda non posso far altro che scrivere la mia biografia, non posso preparare altre riprese, siamo bloccati in questo buco con il “commando indigeno” e gli alpini dell’esercito italiano; da un lato ci sono i Taleban, dall’altra noi e sopra i B-1, i B-52 e gli F15. La cosa peggiore è il “mio giornalista” un “riservista” della IIN, uno che ha paura della sua ombra, finito in Afganistain per aver tradito la figlia del capo redattore. Sono due giorni che frigna; dice che non tornerà a casa con le sue gambe.
Siamo due pirla finiti in afganistan per aver fatto una cosa sgradita al capo. Tutte e due per colpa di una donna, di sicuro lui si è divertito di più. Tutte e due traditi dalla televisione; la sua era a circuito chiuso.
E come se gli fossi davanti, ho la sensazione di poterla toccare, devo aver esagerato con la “maria” perchè lei è in tv, bella, forte, non molto alta, due occhi neri e profondi. Indossa una divisa, fiera di partire per un posto lontano e ostile, l’Afganistan. È fiera di servire la sua patria e di contribuire alla “pace” combattendo i terroristi. Sulla mimetica oltre ai gradi potrebbe avere scritto: Tenente Occhiscuri. Guarda dritto nella telecamera. Guarda il mondo negli occhi e il mondo ricambia attraverso la scatola magica; tutti si chiedono perchè una così bella ragazza ha scelto la “morte” come mestiere. Mi sono sempre chiesto perchè fanno vedere le più carine e se qualcuno si porrebbe la stessa domanda se fosse brutta? Ma questa è un’altra storia. In questo momento vediamo in tv la storia di “Occhiscuri”, una favola moderna, dura, forse tragica, di sicuro difficile, la favola di una ragazza che a 22 anni parte volontaria per la guerra. Una Ragazza entrata nell’esercito per coronare un sogno di bambina, un sogno comune ad altre sue coetanee. In tv stanno facendo vedere la favola di una ragazza che ha la morte come compagna, il fucile come amico, la guerra come mestiere.
Dietro di lei troneggia un C-130 pronto a partire per portarla lontano dagli affetti, lontana dalle certezze e dalle comodità, quest’aereo la porterà in un mondo ostile, scomodo e incerto, un mondo dove incontrerà la sua coscienza; non c’è luogo migliore di una guerra per incontrare la propria coscienza, sopratutto quando non voli a 5.000 metri d’altezza in un B-52.
“Dolce Occhiscuri il nemico tu lo vedrai in viso, ne sentirai l’odore, lo braccherai, potrai parlarci e se lo ucciderai cadrà davanti a te straziato dai tuoi proiettili. Hai sudato, hai affrontato lo scetticismo degli uomini e il loro scherno, sei andata contro il credo dei tuoi genitori per essere qui oggi, per essere un soldato, un ufficiale. Dolce Occhiscuri ti hanno insegnato ad uccidere se necessario, ma non l’hai mai fatto. Ti hanno preparato a tutto ad affrontare le più drammatiche situazioni ma si sono dimenticati d’insegnarti a non morire dentro quando uccidi un altro essere umano. Dolce Occhiscuri stai entrando in un mondo dove tutto è permesso e niente è concesso, un mondo dove devi essere veloce a pensare ma non puoi avere opinioni, un mondo dove i confini tra il bene e il male cambiano in continuazione secondo le esigenze dei “grandi interessi mondiali”, un mondo gestito da chi la guerra non l’ha mai provata in prima persona.
In bocca al lupo Dolce Occhiscuri.”
Non so perchè scrissi quelle parole, forse la malinconia da alcol e droghe, la cosa peggiore fu che rischiai la carriera per questa “lettera” e ora grazie a quella “sbadataggine” mi ritrovo in questo buco. Il direttore quando lesse la mia firma su quel giornale italiano pensò di licenziarmi ma poi decise che era meglio “premiarmi” con il ritorno in Afganistan. Mi hanno “declassato”: dalla Palestina all’Afganistan per documentare la “favola di Occhiscuri”. Cazzo, stavo bene in palestina, un buon albergo, quasi un letto, qualche bomba, un po’ di coprifuoco ma i palestinesi e gli israeliani sono persone interessanti e cui piacciono i cameramen, capita a volte che ti sparino ma non lo fanno apposta normalmente, poi c’era la mia Jasminne, un essere unico; un poco di Palestina, qualcosa di Israele, una punta di Siria, una spruzzata d’Egitto, una parte d’Italia e la cigliegina sulla torta un po’ di Maori; la dimostrazione con la sua bellezza e intelligenza della bontà delle pluralità etniche e della possibilità di pace tra i popoli.
Altre bombe, se continua così quando usciremo sarà tutto piatto…



PRIMA O POI CONTINUA
postato da: dariocicchero alle ore giugno 02, 2005 15:43 | Permalink | commenti (1)
categoria:racconti o quasi