martedì, giugno 26, 2007
anche le favole sono amare...



Un vento forte soffia tra rovine di palazzi. L'Hammer si ferma vicino ad un uomo in divisa, ha l’elmetto in mano e scuote la testa. Oltre il muro diroccato un altro soldato sembra riposarsi in terra ma ha gli occhi sbarrati e un rivolo di sangue gli esce da un orecchio. Un piccolo proiettile è penetrato attraverso il condotto uditivo per fermarsi nel cranio. Morte immediata. Dall’Hammer scendono due infermieri/soldato, caricano il morto sopra una barella, lo coprono e lo posano delicatamente sul mezzo. Il soldato si rimette l’elmetto e sale a fianco del suo collega morto. L’Hammer riparte raggiungendo un convoglio dove sono stati caricati altri morti. Viaggiano lentamente in mezzo a case distrutte. In prossimità di un gruppo di case, sopravvissute ai bombardamenti, rallentano un attimo. Un bimbo gioca tranquillo in mezzo alla strada. Si sposta. Il convoglio riprende la sua velocità originaria, il bambino lo guarda allontanarsi in mezzo alla polvere. E' solo e con un legno, che usa come fucile, insegue nemici immaginari. Dietro di lui una voce attira la sua attenzione. E' ora di il pranzo. Attraversa la strada, attorno a lui le case sono per metà distrutte, gli amici morti o fuggiti. Non riesce a spiegarsi come la sua casa sia ancora in piedi, due bombe l’hanno sfiorata senza esplodere, hanno lasciato solo dei buchi sul marciapiede quando i miliziani le hanno portate via. Molto probabilmentte ha ragione suo padre: questa casa è protetta da dio... In casa, oltre alla madre e al padre ci sono degli uomini con il viso coperto, parlano in fretta, sembrano eccitati. La madre non sembra contenta della loro presenza, il padre li ascolta attentamente, ad un loro cenno alza delle tavole del pavimento ed estrae un AK-47, un paio di scatole di munizioni e 4 caricatori. La madre prova a fermarlo. Il bimbo si è messo in disparte, non capisce cosa stia accadendo. Intuisce le preoccupazioni della madre e la determinatezza del padre, ma soprattutto è rapito da quell’oggetto "nato dal pavimento", un attimo prima lo immaginava nelle sue mani e ora era in quelle del padre. Forse un giorno ne avrà uno anche lui. Il padre si siede, appoggia l’AK-47 sul tavolo, prende i caricatori e le munizioni. Appoggia tutto sul tavolo. Si accorge della presenza del figlio, gli sorride mentre, diligentemente, inserisce le munizioni nei caricatori, quando ha finito prende del nastro isolante e nastra i caricatori in due coppie, la prima la inserisce nell’arma e l’altra la mette nella tasca del giubbotto. Si alza, bacia la moglie e il figlio, si copre il viso con una kefia, guarda la foto del padre sul muro di fronte a lui e si avvia all’uscita con gli altri uomini. Il primo uomo si blocca sull’uscio. Un specie piccolo blindato sta percorrendo la strada. Sta facendo una perlustrazione di routine in una zona considerata ormai tranquilla dopo la dura battaglia di qualche ora prima. Sul blindato il clima è rilassato, professionale, l’uomo del mitragliatore pesante si guarda intorno in silenzio, nessuno parla, la percezione di un rumore anomalo potrebbe salvare la vita. la radio gracchia, il sole si sta abbassando sull’orizzonte, se non fossero in mezzo ad una città distrutta dai bombardamenti e dalle battaglie sarebbe un bel tramonto. A qualche centinaio di metri di distanza la colonna di Hammer si staglia contro il sole. Al “presidio” un “cecchino”, come ogni sera, prende posizione sul tetto “dell’altana” e inizia a “spegnere” i lampioni attorno alla “caserma”, la mattina dopo qualcuno rimette le lampade ai lampioni. Aprendo la custodia del fucile pensa quanto sia strana la guerra, come sia strano che in un paese dove si ha dei problemi a procurarsi le cose più banali qualcuno riesca a trovare delle lampade di ricambio. Sono due mesi che ogni sera, alle 18, il comandante lo chiama e gli comunica l’ordine di spegnimento luci. Non gli dispiace spegnere lampioni, meglio che spegnere vite. Da bambino li spegneva con la fionda e ogni volta erano botte, ora lo pagavano, è strana la vita. Sul tetto “dell’altana” nessun rumore a parte il vento, sullo sfondo il buio del deserto. L'uomo sistema il trepiede al centro del tetto, monta il fucile non dimenticandosi del silenziatore, ha sempre odiato i rumori forti. Inizia a guardare con il cannocchiale/mirino la prima lampada da spegnere. Il laser segnala che l'ultimo lampione è a 1005 metri. Tara il mirino/cannocchiale. La lampada è al centro, il dito sfiora il grilletto. Puff. dopo qualche centesimo di secondo il lampione “suona” ma rimane acceso. Deve collimare meglio. “Ascolta la voce del vento” e cambia di poco la taratura, appoggia delicatamente il dito al grilletto. Puff. La lampada suona sorda e si spegne. Punta l’arma verso un altro lampione. Puff. Un'altra lampada scompare. Dopo 3 minuti la parte sud della via è al buio. Undici tiri 10 centri, non male. Ruota su se stesso, punta la canna del fucile verso l’ultimo lampione verso nord. Il laser segna 1015 metri. Tara il mirino/cannocchiale, “Ascolta il vento” e respira lentamente senza far muovere il torace. Sfiora il grilletto. Puff. La luce si spegne. Il silenzio lo avvolge, inquadra la seconda lampada nel centro del mirino, appoggia il dito sul grilletto. Si ferma. Sposta il dito dal grilletto e rivolge l’arma verso il basso. Il vento ha trasportato dei passi fino a lui. Guarda nel mirino/cannocchiale. Cerca più con le orecchie che con gli occhi la direzione dei passi. Delle ombre appaiono nel mirino/cannocchiale, attraversano la strada lentamente. Riconosce la sagoma degli AK-47. Non si scompone. Cerca di capire dove si dirigano. Si allontanano dalla zona di sicurezza, meglio così il suo compito questa sera è di sparare  alle lampade non agli uomini. Gli uomini scompaiono nel buio. Aspetta un minuto e riprende la sua linea di tiro originaria. La lampada è al centro della croce di riferimento, sfiora il grilletto. Puff. Spenta. Tre minuti dopo il buio completo si è impadronito della strada. 10 su 10 ha migliorato. Smonta l’arma, la rimette nella sua custodia, la mette in spalla e scende dal tetto dell’altana. E' ora di cena. Alcuni giornalisti guardano verso il "presidio", dalle finestre di un albergo, commentando lo “spegnimento rituale” di quella strada ai confini del deserto, ipotizzano di scrivere "un pezzo" dedicato a quello strano evento.  I pensieri sono accompagnati dalla cena, consumata al 12° piano in una sala panoramica che un tempo onorava il suo nome ma oggi mostra solo macerie e vita dura. Lo “spettacolo” dello spegnimento è finito, i più parlano della giornata appena passata ad un telefono satellitare, qualcuno si sta preparando per il collegamento con la stazione televisiva, altri scrivono un articolo sul portatile. In lontananza si scorgono le luci di una jeep militare che si muove lentamente nel buio. Dall’altra parte del mondo un uomo è seduto in una stanza ovale, di fronte a lui c’è una scacchiera con sopra delle pedine bianche e nere. L’uomo le sposta lentamente quasi al rallentatore, ne abbatte una bianca e due nere. Entra un generale, si ferma davanti all’uomo, lo guarda e con voce di circostanza dice: oggi sono morti 10 dei nostri, hanno decapitato due giornalisti, abbiamo bombardato un quartiere uccidendo 25 ribelli, 50 donne e 25 bambini. L’uomo lo guarda come se nulla fosse, prende una pedina bianca e l’abbatte dopodichè ne prende dieci nere e abbatte anche quelle, poi guarda il generale accenna un sorriso e replica: ho fame andiamo a mangiare.
postato da: dariocicchero alle ore giugno 26, 2007 23:57 | Permalink | commenti (6)
categoria:racconti