lunedì, marzo 28, 2005
Esco dal portone su via Pagnini, la percorro fino a piazza dello Statuto, li giro a sinistra su via dello Statuto per arrivare alla Fortezza da Basso, su via dello Statuto vengo superato da un gruppo di ragazzi albanesi che si dirigono ai giardini della Fortezza da Basso, costeggio la Fortezza per un paio di centinaia di metri e mi infilo sulla sinistra in via del pratello che percorro totalmente per poi buttarmi sulla sinistra in via Faenza. Fino a qui la città sembra deserta, a parte i ragazzi albanesi non ho incontrato nessuno, faccio un centinaio di metri e incrocio via Nazionale e da questo punto cambia tutto, via Faenza si popola di persone di tutte l’etnie e di tutti i dialetti, la città morta fino a quella via da quell’incrocio diventa viva. Continuo per via Faenza in mezzo alle persone, via Faenza diventa via Zanetti dopo aver incrociato piazza degli Aldobrandini la piazza posta dietro la chiesa di S.Lorenzo, percorro via Zanetti e arrivo su via dei Cerretani all’altezza di piazza S.Giovanni dove svetta il duomo. Attraverso via dei Cerretani e mi tuffo fantasma nel caos, galleggio quasi in mezzo alla moltitudine colorata che invade piazza S.Giovanni, mi districo invisibile tra i tanti e affronto via dei Calzaioli, non esiste un flusso che va in un senso o in un altro, i flussi si alternano secondo il via vai delle comitive, ominidi con ombrelli improbabili si “fanno inseguire” da esseri con improbabili cappellini e occhi a mandorla, altri ominidi con delle antenne munite di bandierina colorata attirano l’attenzione di esseri vestiti in modo eccentrico con tanto di sandali su calze bianche, scolaresche di ogni “stazza” si rincorrono. Impiego 10 minuti per percorrere le poche centinaia di metri di via dei Calzaioli per sbucare su piazza della Signoria dove vengono reso partecipe, non per mia volontà, alle miriadi di scatti fotografici e riprese amatoriali che popolano la piazza. Zizago tra cavalletti, calessi, tedeschi, cinesi, italiani, cani di ogni razza e vigili urbani per riuscire ad affacciarmi sul piazzale degli uffizi. Trovo non poca difficoltà a fendere il muro di persone ammagliate dalle statue viventi che hanno iniziato a popolare il piazzale, c’è chi scommette che sono statue chi sostiene l’umanità dell’essere di marmo, chi vorrebbe tirargli qualcosa per capire se sono vive o no, una si muove e tra i sostenitori della teoria della statua serpeggia la delusione, riesco ad oltrepassare quel muro umano e mi chiedo perché non sono passato dal vicolo parallelo al piazzale, mi rispondo che i riti si eseguono fino in fondo e per me il passaggio nel piazzale è un rito. Sulla mia sinistra, mentre attraverso il piazzale per la sua lunghezza, vedo la fila delle persone che vogliono vedere gli Uffizi dal di dentro, questa mattina era stimata un attesa di 4 ore, oggi pomeriggio a giudicare dalla fila direi anche 5, arrivo al fondo del piazzale faccio lo slalom tra i poster appoggiati in terra e attraverso lung’Arno de’ Medici per arrivare ad appoggiarmi alla balaustra sull’arno, mi metto come al solito ad un metro emmezzo dall’angolo di destra e mi isolo dal mondo per un attimo contemplando il paesaggio. Di fronte a me un’inquadratura che è un poco tutta Firenze vista di riflesso. All’estrema sinistra la Torre, ruotando verso destra si incrocia il piazzale (Michelangelo), S.Niccolo’(la collina), si immagina il forte Belvedere e si chiude all’estrema destra con il Ponte Vecchio. Secondo me questo è il punto in cui si vede tutta Firenze di riflesso perché da qui vedendo il piazzale e immaginando il forte si può immaginarne la vista da quei luoghi e perciò avere una dimensione quasi completa della città standoci in mezzo. Come al mio solito mi fermo un oretta a contemplare il paesaggio e l’arno che scorre, il povero ruscello di marrone colorato con i suoi principali abitanti scambiati per pantegane dai più. Ogni volta che compare una Nutria sugli “spalti” del lungarno si sentono le più strabilianti indignazioni per il degrado del torrentone: “oddio ma come può permettere questa città che i topi di fogna invadano le rive dell’arno”, “oddio certo che con questo colore il fiume non può che ospitare dei topacci…”, “ma che strani topi di fogna ci sono da queste parti, hanno il muso schiacciato”. Poi ogni tanto un bimbo erudito che a scuola ha studiato anche le Nutrie esordisce lasciando tutti perplessi: “mamma, mamma, guarda che bello ci sono le Nutrie, domani a scuola posso dire di averle viste dal vivo…”. Qualcuno redime l’amministrazione pubblica e la ringrazia per non avere sterminato il simpatico roditore altri torneranno a casa con il dubbio che i topi di fogna in fiorentino si chiamino Nutrie. Questo è uno dei miei divertimenti quando sono li a contemplare il fiume, li posizionato sopra la “canottieri” con alle spalle il piazzale degli Uffizi e di fronte una tana di Nutrie, riesco a starci anche un paio di ore in contemplazione a “rubare” i discorsi di chi si affaccia alla balaustra, ad “sentire” i mille scatti fatti dai turisti alla volte del ponte vecchio, mi piace sentire i frammenti di “saggezza” umana che passano da li. Dopo un oretta che sono appollaiato li arriva un gruppo di simpatici ma un po troppo vivaci romani e decido di tornare a casa. Mi stacco dalla mia postazione e mi avvio verso il ponte vecchio camminando sul lung’Arno Archibusieri, con qualche difficoltà arrivo all’altezza del Ponte Vecchio che supero quasi di forza, continuo sul lung’Arno Acciaiuoli, la balaustra sull’Arno è ricoperta di turisti, incrocio perfino dei fiorentini che si stanno dirigendo verso il Ponte Vecchio (ormai dopo 5 anni riesco a riconoscere la cadenza fiorentina dalle altre toscane), arrivo al ponte S.Trinità e decido di proseguire fino al ponte alla Carraia camminando per il lung’Arno Corsini, anche le balaustre di questo lung’arno sono gremite di turisti, arrivo al ponte alla Carraia e giro sulla destra, attraverso piazza Goldoni e mi infilo in via del Moro, la via pur essendo quasi sul lung’Arno è vuota, il caos rimane alle spalle, è una di quelle vie in pieno centro in cui non passa mai un turista, a Firenze, come in ogni città, le vie “dimenticate sono quelle più belle e con un sacco di piccole cose, di particolarità, in via del Moro si possono scoprire in alto sugli angoli di alcuni edifici delle figure allegoriche o simili e ad un certo punto si trova una specie di colonna con una croce alla sua sommità. Arrivato al fondo di via del Moro proseguo per via del Giglio altra piccola via dimenticata dai più, un poco meno dimenticata perché sbuca dietro alla chiesa di S.Lorenzo e al mercato che si snoda per quelle vie. Per un attimo dietro S.Lorenzo incontro un poco di turisti ma svolto subito a sinistra in via Faenza e il caos piano piano si dipana fino a scomparire appena supero l’incrocio con via Nazionale, al fondo di via Faenza decido di arrivare alla Fortezza da Basso invece di girare subito a destra in via del Pratello, arrivato di fronte all’entrata della Fortezza, mi fermo un attimo a contemplare lo spiazzo pedonale e l’entrata alla Fortezza, poi la costeggio lentamente cercando d’immaginare cosa poteva esserci intorno quando fu costruita, costeggia, costeggia arrivo al Mugnone (un rio o poco più) lo supero e scendo via dello Statuto, supero il sottopasso della ferrovia e giro a destra in via Pagnini, estraggo le chiavi di casa e dopo tre minuti entro in casa. La gatta mi guarda e miagola, ha ragione non gli ho ancora aperto la finestra da cui guarda un poco il mondo fuori di casa, poverina è passata nella sua vita dall’avere un giardino, poi un terrazzino e ora una finestra. La osservo mentre annusa l’aria fresca e gli odori della città, poi si gira verso di me miagolando e mi ricorda che è ora di fargli bollire il pesce per la pappa, mi alzo e vado ad immergere il suo adorato pesce nell’acqua, tra una mezzoretta quando avrò dato da mangiare a lei mi sa che darò da mangiare anche a me…
postato da: dariocicchero alle ore marzo 28, 2005 19:25 | Permalink | commenti (8)
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mercoledì, ottobre 27, 2004
-La vita ci riserva sempre delle sorprese- stava pensando il cameraman -una vita a inseguire guerre, a raccontarne le atrocità per rendermi conto dell’impossibilità di raccontarle veramente, neanche con un milione di immagini.-

Il cameraman viaggiava su una jeep, il suo obbiettivo perlustrava il paesaggio, un paesaggio diverso da altri anche se sembrava uguale, la differenza era insita nella diversità di questa guerra, nessuna guerra era come questa, il Libano, la Palestina, la Yugoslavia, nulla ricordava questa guerra neanche i racconti sul Vietnam dei suoi colleghi più anziani. Attorno a lui la cortina di sicurezza sembrava una burla, niente, neanche quel convoglio in cui erano inseriti era al sicuro, erano sempre e ovunque possibili bersagli. Mai in nessuna guerra il rispetto per i civili era stato dimenticato, da ambo le parti, come in questa guerra, mai in nessuna guerra queste parti si “incastravano” fra loro, neanche nei conflitti in Somalia o in africa in genere i confini tra le parti erano così labili e mutevoli. Non voleva essere li, ma non avrebbe voluto non esserci, non avrebbe voluto esserci come “organo ufficiale” ma come sempre aveva fatto, avrebbe voluto essere li come freelance, ma in questa guerra ai freelance si spara, non li si difende, li si picchia, gli si rende la vita difficile, troppo pericolosi, troppo liberi e poi in questo periodo era sotto contratto ad una televisione, lo era per bisogno e pigrizia, a 45 anni e con una famiglia alle spalle era la cosa migliore essere sotto contratto con una major, lavoro sicuro in tutti i sensi anche in zona di guerra se solo fosse stata una guerra “normale”, ma quella non era una zona di guerra normale. Per la prima volta in più di 20 anni si sentiva un vero bersaglio, sarà stato colpa della divisa impostagli, di quel inquadramento militare dato ai giornalisti “ufficiali” o il viaggiare in mezzo ad una colonna militare. Aveva sempre avuto paura nelle guerre in cui era stato nella sua vita e ne aveva viste tante, troppe, ma non aveva mai avuto la sensazione di essere un bersaglio, un intruso. In tutte le guerre quelle scritte press o TV sull’auto davano la sensazione di immunità anche se non era sempre reale, si ricorderà sempre del cecchino di Sarajevo, un colpo dritto alla telecamera mentre riprendeva dei bimbi saltati su una mina mentre giocavano, il proiettile vagò sicuramente alcuni secondi nell’aria prima di colpire la sua telecamera, l’impatto fu terribile, il guscio della camera, da poco realizzato in materiale molto leggero ma praticamente a prova di proiettile, fermò quella pallottola partita da una distanza di almeno 2 km, laggiù dove c’erano le prime case, l’impatto spinse con violenza la telecamera contro il suo viso spaccandogli la mascella e lo zigomo, facendolo volare a terra a quasi due metri di distanza dall’auto con la scritta TV, svenne e quando si svegliò era in una tenda e un dottore lo stava medicando. Non riusciva a parlare ma era vivo, la telecamera distrutta ma la cassetta miracolosamente salva con un buco perfettamente in centro ma salva. Neanche quella volta ebbe la sensazione di essere un bersaglio. In mezzo ai blindati e agli elicotteri si sentiva meno sicuro di quando vagava per le strade di Sarajevo, dove i cecchini disegnavano facce sorridenti sui cartelli stradali posti anche a 3/4 km dalla loro postazione. Era l’odio stimolato da questa guerra a preoccuparlo, l’atteggiamento assurdo dei comandanti, il bombardare le città piene di civili sperando nel sostegno della forza “occupante” da parte dei civili bombardati, aveva paura dell’ottusità militare. -Eppure avrebbero dovuto imparare le lezioni subite dalla storia questi comandanti, il Vietnam, l’Afghanistan, non possono pretendere il sostegno della popolazione se gli sparano, li bombardano, ma come fanno a non capirlo- stava pensando il cameraman mentre il suo teleobbiettivo inquadrava della polvere turbinare nel deserto. Gli faceva paura anche la dissennatezza di chi diceva di resistere all’occupante, in tanti anni di guerre non gli capitò mai di vedere così tanti attentati uccidere le popolazioni civili, quella stessa popolazione che i cosiddetti resistenti avrebbero dovuto liberare, per la prima volta nella sua vita vedeva il disprezzo della vita dei civili da ambo le parti, per colpa di bombardamenti e di auto bomba in questa guerra le morti dei civili erano altissime, nessuno era al sicuro, certo anche in altre guerre i civili morivano, ma neanche la guerra in Palestina e gli attentati in Israele erano paragonabili a questa situazione. Si era aperta un era dove la guerra non aveva più “regole”, dove la cosiddetta resistenza era alla stregua degli occupanti se non peggio a volte. No, non voleva essere li, almeno non sarebbe dovuto essere li come “organo ufficiale” obbligato a far vedere delle vittorie, false vittorie o a documentare perdite trascurabili, ma trascurabili per chi, si era sempre chiesto ogni volta che i generali davano quella definizione della morte di pochi soldati, la morte non era mai trascurabile per come pensava lui. Era lì anche se non avrebbe voluto esserci almeno esserci così da “libero giornalista ufficiale”, ma con sulle spalle 45 anni e una famiglia cosa avrebbe potuto fare? Avrebbe dovuto rifiutare l’ingaggio più alto della sua vita, in fin dei conti lui era un semplice tecnico, non un paladino della libertà, uno di quei giornalisti senza compromessi che aveva ammirato in tanti anni di attività, lui era un operatore di cui nessuno sapeva niente, un nome tra i tanti nei titoli di coda, uno di quei nomi mai letti, a volte sbagliati o sostituiti con un altro, uno “assunto” non un cane sciolto come era sempre stato lui. Rifiutare sarebbe stato stupido.

Il “suo” giornalista era li al suo fianco, la divisa pulita e in ordine, la pistola nella fondina. Come un buon soldato il giornalista aveva richiesto la pistola, quando fece quella richiesta il cameraman lo guardò stupito, non gli era mai capitato di incontrare un giornalista con la pistola a parte naturalmente i “finti giornalisti” dei vari servizi segreti dei vari paesi del mondo. Al suo fianco c’era il prototipo del giornalista amato da qualsiasi amministrazione mondiale, lo scribacchino di articoli copiati dalle agenzie dell’informazione “militare”, quel giornalista a cui puoi dire: questo si, questo no, questo aspetta un attimo poi ti dico se puoi pubblicarlo.

Il cameraman iniziava a sperare in un attaccato alla colonna, non per fare immagini sensazionali, tanto sarebbero state in qualche modo adattate alle esigenze di stato, ma per “testare” quel supergiornalista all’opera, gli sarebbe piaciuto vedere come quell’arma associata a quella divisa dopo e ai tre mesi di addestramento avrebbe reagito al primo sparo, avrebbe voluto vedere l’efficiente uomo di spettacolo super addestrato alle prese con la sua arma tanto desiderata, lo avrebbe voluto vedere distante dal comodo albergo in una situazione difficile. Il cameraman era riuscito ad evitare l’addestramento grazie alla sua oltre ventennale esperienza di guerra e a un compromesso con la tv per cui lavorava, sarebbe partito solo se gli evitavano quella cosa ridicola e siccome era il più accreditato per quel lavoro accettarono. Il sole stava scendendo basso all’orizzonte colorando in modo spettacolare l’aria intorno a loro, la radio della jeep iniziò a parlare, l’autista aumentò l’andatura, tutta la colonna aumentò il passo. Il cameraman continuava a scrutare il deserto al suo fianco, aveva alzato il db della telecamera di una tacca per vederci meglio, la tv gli aveva fornito un’attrezzatura favolosa, telecamere sofisticate perfino un paio all’infrarosso, per la prima volta non aveva la sua amata “bambina”, quella telecamera che gli salvò la vita a Sarajevo, per la prima volta non rischiava la sua attrezzatura e aveva abbastanza pezzi di ricambio per costruirsene tre di telecamere per non parlare del numero di cassette. Aveva perfino un assistente e un aiutante addetto all’attrezzatura, tutti rigorosamente “inquadrati” con le loro belle divise, i loro giubbetti antiproiettile con tante tasche per le batterie e le cassette, gli elmetti in kewlar, l’intensificatore di luce e il corso di tre mesi completamente espletato. Il sole scivolò verso un mondo posto al di sotto del deserto, il convoglio ormai scorgeva le deboli luci della città, il cameraman posò la telecamera “diurna” e prese quella “notturna” agli infrarossi, anche l’autista e il passeggero al suo fianco indossarono i loro intensificatori di luce, naturalmente il giornalista e i due assistenti li imitarono come avevano diligentemente imparato nel corso di tre mesi, la colonna avanzava ad alta velocità con i fari spenti, il cameraman continuava a cercare qualcosa di interessante nel suo obbiettivo ma di fronte a lui solo deserto e materiale bellico distrutto, nulla di nuovo da quando era arrivato all’aeroporto, in quasi sei ore di viaggio non aveva incontrato altro.

Il giornalista attira l’attenzione del cameraman sulle luci della città e gli “ordina” di riprendere l’entrata in città, così con quelle immagini potrà aprirci il pezzo per la tv. Gli ordina anche di riprendere i due militari che li stanno guidando in questa folle corsa al buio -sono immagini che piacciono alla gente- dice con saccenza, il cameraman lo guarda come se guardasse un perfetto idiota ma l’altro ha già girato il volto e non se ne accorge.

Eccoli in città, è deserta, le luci dei lampioni sono accese sporadicamente, il silenzio è pesante, il giornalista sta recitando la sua litania per il mondo dei suoi telespettatori -eccoci finalmente in città, il viaggio è durato più di sei ore in cui le nostre forze armate hanno vegliato sulla nostra incolumità. Il viaggio avrebbe presentato non pochi rischi se le nostre forze armate non avessero bonificato sapientemente e chirurgicamente la zona, colpendo in vari giorni di bombardamenti le sacche di ribelli fiancheggiatori del regime antidemocratico- il giornalista guarda interrogativo il cameraman -che ne dici figliolo, è incisivo?- il cameraman non risponde, non ne ha voglia non vuole farsi cacciare il primo giorno di lavoro, ha una famiglia a cui pensare, si limita ad abbozzare un sorriso. Il giornalista compiaciuto ricomincia con la sua litania, il cameraman continua a scrutare la notte nel suo viewfinder.

L’autista annuncia che tra 10 minuti si sarà in albergo, la tensione del viaggio sta per finire, il cameraman sta scrutando il tetto di un edificio ha notato del movimento, stringe lo zoom e nota tre uomini in piedi, nessuno nell’auto sembra essersi reso conto di quei uomini. Sembrano tre persone che si godono il paesaggio notturno da un balcone, la radio gracchia ma nessuno parla, la strada di fronte a loro è libera a parte i tre mezzi blindati che li precedono, l’autista annuncia che al fondo della strada si svolterà a sinistra e dopo 300 metri saranno in albergo, è felice perché è stato un viaggio tranquillo. Il cameraman attiva la registrazione quasi inconsciamente, i tre uomini non si sono mossi sembrano delle statue, sono ancora molto distanti e nella notte si perdono i volti, per ora sono tre piccole ombre. Il convoglio rallenta, diventa lentissimo come se avesse paura di svegliare qualcuno, sembra cammini in punta dei piedi, gli uomini nel mirino del cameraman sono immobili e guardano la strada, la radio gracchia una seconda volta ma nessuno parla, il giornalista ha smesso di declamare la sua litania, l’autista e il suo vicino sono diventati di colpo silenziosi sembrano tesi, anche gli assistenti si sono irrigiditi come se sentissero un pericolo, il cameraman continua a filmare quelle ombre sul tetto, ora sono più riconoscibili, sono due uomini e una donna almeno sembra una donna con il velo, il convoglio viaggia a passo d’uomo, l’elicottero che li ha scortati fino alla città sembra scomparso. Le tre figure continuano a stare ferme, ormai saranno a 500 metri dal convoglio, il giornalista domanda perché hanno rallentato, l’autista non risponde, la radio gracchia e questa volta manda un segnale di attenzione. Il giornalista si innervosisce e fa’ domande ai due militari, non rispondono, il giornalista insiste, il militare “passeggero” gli ordina di stare zitto, di non parlare, potrebbe essere pericoloso, intanto nel mirino della telecamera le tre sagome sono diventate distinguibili molto bene, sul tetto ora riesce a riconoscere una donna, un uomo e un anziano, sono li immobili sembrano aspettare un comando per muoversi. La colonna è a 200 metri dall’incrocio e dal tetto. Il cameraman continua a riprendere quelle persone, può vederne gli sguardi, i visi sono rilassati quasi sorridono, i due uomini hanno le braccia conserte, la donna ha le braccia vicino al corpo e sembra tenere qualcosa nel braccio destro verso l’angolo del tetto, il cameraman non riesce a capire cosa abbia in quella mano il bordo del tetto non gli permette di vederlo. La radio gracchia di nuovo e una voce ribadisce l’ordine di attenzione, la tensione aumenta, ora anche il cameraman ha il fiato sospeso, inizia a pensare ai tre sul tetto e al possibile rischio di un benvenuto “esplosivo”. La colonna è quasi a 100 metri dall’incrocio e dal tetto, i tre continuano ad essere immobili, il convoglio è quasi fermo, anche il vento non “suona” più, nell’aria si percepisce solo il rumore lontano di un elicottero. Ormai il cameraman riesce a vedere nettamente i visi delle tre persone, sono sorridenti e per nulla minacciosi, non è ancora riuscito a capire che ci facciano li sopra, e soprattutto non capisce cosa tenga la donna nella mano destra. Il convoglio si ferma, la radio insiste con l’ordine di attenzione, il rumore dell’elicottero si fa più forte, la tensione nella camionetta è palpabile, il giornalista si è messo l’elmetto e si è accucciato tra i sedili, prega, anche i due assistenti si sono rannicchiati tra i sedili e pregano, il cameraman è sempre con l’occhio nel suo mirino, continua a guardare quelle figure, la colonna è ferma da 30 secondi. Il cameraman vede la donna abbassarsi per prendere qualcosa, nella jeep risuona un ordine secco: Fuoco!!! Si sente un fischio arrivare dalle spalle della colonna, il cameraman vede la donna alzare un bimbo di tre o quattro anni, è sorridente e saluta allegramente il convoglio, un attimo dopo quel sorriso il cameraman vede letteralmente evaporare quelle quattro persone e mezza casa, l’esplosione è fortissima, la jeep viene bersagliata da una serie di detriti, il cameraman vede solo polvere nel suo mirino, non riesce a crederci, hanno sparato ad una famiglia, una famiglia felice per la loro presenza. La voce alla radio invade l’abitacolo: Via, via, via!!! L’autista schiaccia sull’acceleratore e dopo pochi attimi sono tutti nell’atrio dell’albergo. Il giornalista impartisce gli ordini agli assistenti per organizzare subito “l’angolo per il collegamento”, il cameraman è riverso su un divano della hall, sta riguardando le riprese appena fatte e continua a non capacitarsene, non capisce come possano non aver visto il bimbo, come possano averlo scambiato per uno stinger. Il giornalista richiama la sua attenzione, la diretta partirà da li a tre minuti, deve prepararsi, il cameraman si avvicina al giornalista che ha in mano la sua bella agenzia dell’esercito sull’accaduto, gli porge la telecamera “notturna” per fargli vedere l’accaduto, il giornalista guarda, fa una faccia strana e poi guarda l’agenzia, scuote la testa e fa un cenno affermativo al cameraman indicandogli la telecamera pronta sul cavalletto, l’assistente inizia il conto alla rovescia per il collegamento con il telegiornale. Meno 10 secondi, il cameraman è pronto al suo posto. Meno 5 secondi, il giornalista ha un viso teso, duro. Meno 2 secondi, collegamento…

Quella sera al telegiornale si venne a sapere dell’ennesimo eroico e chirurgico intervento dell’esercito che con quell’atto sventò un grave attentato ai danni del grande giornalista e dei suoi collaboratori.



Naturalmente il racconto è un racconto di pura fantasia.

postato da: dariocicchero alle ore ottobre 27, 2004 19:56 | Permalink | commenti (2)
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venerdì, ottobre 15, 2004
anche le favole sono amare...
buona lettura

Il vento soffia forte tra le rovine dei palazzi, un Hammer si ferma vicino ad un uomo in divisa, ha l’elmetto in mano e scuote la testa. Oltre il muro diroccato c’è un altro soldato a terra, ha gli occhi sbarrati, il sangue gli esce da un orecchio e dalla gola, dove un proiettile ha formato un piccolo foro. Dall’Hammer scendono due infermieri/soldato con una barella, caricano il morto sopra la barella, lo coprono e lo posano delicatamente sul mezzo. Il soldato si rimette l’elmetto e sale a fianco del suo collega morto. L’Hammer riparte e raggiunge il convoglio dove sono stati caricati altri morti della battaglia, passano in mezzo alle case distrutte, ad un certo punto, in prossimità di un gruppo di case ancora in piedi, rallentano un attimo perché c’è un bambino, gioca tranquillo in mezzo alla strada, si sposta, il convoglio passa e la polvere si alza intorno a lui, il bambino guarda il convoglio allontanarsi in mezzo alla polvere, ha in mano un legno che usa come fucile, sta inseguendo e sparando a nemici immaginari. Una voce chiama il bambino, lui si gira e vede la madre, è ora di il pranzo. Si avvia ad attraversare la strada, attorno a lui c’è il vuoto, le case sono per metà distrutte, la sua si è salvata per un miracolo, due bombe l’hanno sfiorata e non sono esplose lasciando solo dei buchi sul marciapiede dove lui va a giocare spesso. Il bimbo entra in casa, oltre la madre e il padre ci sono degli uomini con il viso coperto, parlano in fretta sembrano eccitati, la madre non sembra contenta della loro presenza, il padre li ascolta attentamente, dopo un po’ alza delle tavole del pavimento ed estrae un AK-47 (Fucile mitragliatore), un paio di scatole di munizioni e 4 caricatori. La madre gli dice qualcosa, vuole fermarlo. Il bimbo si è messo in disparte, non capisce cosa stia accadendo, intuisce le preoccupazioni della madre ma è soprattutto rapito da quell’oggetto, dall’AK-47, un attimo fa lo immaginava nelle sue mani e ora era li in quelle di suo padre, magari un giorno potrà averne uno anche lui. Il padre si siede, appoggia l’AK-47 sul tavolo poi prende i caricatori e le munizioni poi le appoggia sul tavolo. Si accorge della presenza del figlio, gli sorride e poi mette diligentemente le munizioni nei caricatori quando ha finito prende del nastro isolante e nastra i caricatori in due coppie, la prima la inserisce nell’arma e l’altra la mette nella tasca del giubbotto, poi si alza, bacia la moglie e il figlio, si copre il viso con una kefia e si avvia verso l’uscita con gli altri uomini, il primo uomo si blocca sull’uscio e blocca gli altri, una specie di jeep sta percorrendo la strada. Sopra la jeep ci sono 6 uomini compreso l’autista, stanno facendo un normale giro di perlustrazione in una zona considerata tranquilla, il clima è rilassato anche se attento, l’uomo dedicato al mitragliatore pesante montato sulla jeep si guarda intorno in silenzio, anche gli altri non parlano sanno benissimo che la percezione di un rumore anomalo intorno a loro potrebbe salvargli la vita, ogni tanto la radio gracchia ma non esce nessuna voce, il sole si sta abbassando sull’orizzonte, se non fossero in mezzo ad una città distrutta dai bombardamenti potrebbe essere un bel tramonto, a qualche centinaio di metri di distanza per un attimo una colonna di Hammer si staglia contro il sole e poi svolta in una traversa. Passano davanti al loro “presidio” mentre un “cecchino” come ogni sera prende posizione sul tetto “dell’altana” per iniziare a “spegnere” i lampioni accesi attorno alla “caserma”. Ormai è diventato un rito serale al calare del buio, da due mesi il “cecchino” sale su quel tetto per spegnere i lampioni e sono due mesi che il giorno dopo qualcuno rimette le lampade. Mentre apre la custodia del fucile il “cecchino” pensa quanto sia strana la guerra, come sia strano che in quel clima qualcuno rimetta tutti i giorni le lampade ai lampioni e poi dove le trovano le lampade? Ogni sera alle 18 il comandante lo chiama e gli comunica l’ordine di spegnimento luci. Non gli dispiace spegnere lampioni, meglio che spegnere vite, poi gli ricorda l’infanzia quando lo sgridavano e a volte picchiavano perché rompeva le lampade dei lampioni con la fionda, ora lo faceva “di mestiere” è strana la vita; ogni sera montava il suo fucile pensando a queste cose. Sul tetto “dell’altana” nessun rumore a parte il vento, sullo sfondo il buio del deserto, sistemato il trepiede al centro del tetto, ci monta sopra il fucile poi monta il silenziatore, ha sempre odiato i rumori forti e poi rischierebbe di essere bombardato per sbaglio in caso sentissero i colpi del suo fucile, inizia a guardare con il cannocchiale/mirino la prima lampada da spegnere. Il laser segnala che il primo lampione è a 1005 metri, dopodichè il buio del deserto, tara il mirino/cannocchiale, la lampada è al centro, il dito sfiora il grilletto, puff e dopo qualche decimo di secondo il lampione “suona” ma rimane acceso. Il “cecchino” ricontrolla il mirino, “sente il vento” e cambia un po la taratura, sfiora il grilletto, puff e la lampada si spegne, ripunta l’arma verso un altro lampione, sfiora il grilletto, puff e un'altra lampada scompare, dopo 3 minuti ha spento il primo pezzo della via, undici tiri 10 centri. Il “cecchino” ruota su se stesso, punta la canna del fucile verso l’ultimo lampione, il laser segna 1015 metri, tara il mirino, “sente il vento”, respira lentamente senza far muovere il torace e sfiora il grilletto, puff la luce si spegne. Il silenzio lo avvolge, inquadra la seconda lampada nel centro del mirino, appoggia il dito sul grilletto, si ferma, sposta il dito dal grilletto e rivolge l’arma verso il basso, ha sentito dei passi trasportati dal vento, guarda nel mirino/cannocchiale “cercado con le orecchie” la direzione dei passi, dopo un attimo vede delle ombre, stanno attraversano la strada lentamente, riconosce la sagoma dei loro AK-47, non si scompone, li controlla un attimo per capire se si dirigono verso di lui, non lo fanno meglio così il suo compito questa sera non è di sparare a delle persone ma a delle lampade. Alza di nuovo la sua linea di tiro, la seconda lampada è al centro della croce di riferimento, sfiora il grilletto, puff, spenta, ripunta l’arma su un altro lampione, sfiora il grilletto, puff, spento, passano tre minuti, come ogni sera da due mesi quando spegne l’ultimo lampione il suo stomaco gli ricorda che si è fatta ora di cena. È buio pesto, indossa gli intensificatori di luce anche se ormai potrebbe scendere al buio dall’altana, è contento perché ha fatto il suo dovere, i pericoli per i colleghi di guardia si sono ridotti, possono vedere senza essere visti. Smonta l’arma, la rimette nella sua custodia, poi la mette in spalla e scende dal tetto dell’altana per andare a cenare. Intanto dei giornalisti stanno guardando verso il deserto dalle finestre di un albergo e commentano lo “spegnimento rituale” di quella strada ai confini del deserto, ipotizzano di scriverci un pezzo sopra quello strano evento che si sussegue da due mesi senza una spiegazione da parte di nessuno. Stanno cenando al 12° piano in una sala panoramica che un tempo onorava il suo nome ma oggi mostra solo le macerie dei bombardamenti e la vita dura di chi è rimasto vivo. Lo “spettacolo” dello spegnimento è finito e i più parlano della giornata appena passata, qualcuno si sta preparando per il collegamento con la tv e altri scrivono un articolo sul loro portatile, in lontananza si vedono le luci di una jeep militare che si muove lentamente nel buio.
Dall’altra parte del mondo un uomo è seduto in una stanza ovale, di fronte a lui c’è una scacchiera, sopra ci sono delle pedine bianche e nere, l’uomo le sposta perplesso, lentamente quasi al rallentatore, ne abbatte una bianca e due nere, entra un generale si ferma davanti all’uomo, lo guarda e con voce di circostanza dice: oggi sono morti 10 dei nostri, hanno decapitato due giornalisti, abbiamo bombardato un quartiere uccidendo 25 ribelli, 50 donne e 25 bambini.
L’uomo lo guarda come se nulla fosse, prende una pedina bianca e l’abbatte dopodichè ne prende dieci nere e abbatte anche quelle, poi guarda il generale accenna un sorriso e gli dice: ho fame andiamo a mangiare.
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 15, 2004 23:46 | Permalink | commenti (3)
categoria:favole
venerdì, ottobre 01, 2004
Intorno a d'ottobre, inizio a prendere consapevolezza di me stesso e del placido mondo di placenta. Sono completamente ignaro del mondo che sta la fuori e soprattutto di quello che mi aspetterà. Il "la fuori" per me non esiste nemmeno, solo qualche rumore, qualche gusto, niente di più. Sono ignaro dello scompiglio e le domande che la mia presenza hanno causato:
-I soldi sono pochi, il fratello accetterà in maniera figurata la sua nascita e non in maniera letterale? Saremo in grado di tirare avanti?-
E un sacco di altre domande. Passati i primi sconcerti arriva la gioia del nuovo nascituro e alla sana coscienza delle domande si sostituisce l'altrettanto sana incoscienza degli anni 60 (dove c'è uno se ne possono tenere anche due). L'incoscienza e la gioia sono fomentate dai parenti e dalla riconciliazione dei coniugi per il lieto evento, come se un bambino risolvesse i problemi di coppia. Per quello che mi ricordo ho passato i miei mesi "acquatici" in piena tranquillità, la mamma non vomitava, aveva delle voglie discrete e mai esose (conoscevo già lo stato finanziario), il fratellone era curioso di vedere com'ero fatto; al terzo mese di gravidanza era partito il toto sesso fra parenti e amici. Pancia tonda, pancia a punta, pancia ovale; tutti dicevano la loro, dai cuginetti ai nonni. L'unico ad avere teoricamente la certezza del proprio sesso ero io anche se non capivo la differenza tra un bambino è una bambina. Non capivo a cosa serviva quel dito senza mani e braccia, certo ci potevo giocare come con il resto del corpo ma non aveva apparentemente altre funzioni. L'avessero visto "la fuori" sarebbe stato l'orgoglio di molti. Perché poi? L'ammennicolo era mio non loro. I miei genitori avrebbero preferito una femminuccia in cuor loro, ma naturalmente un maschietto sarebbe stato bene accetto. Intorno all'ottavo mese di permanenza in quel placido mondo iniziavo ad annoiarmi e in più avevo una tremenda voglia di girarmi verso il basso. Iniziai a studiare la situazione e a fare dei tentativi di cappottamento, durante uno di questi tentativi creai un po' di scompiglio "la fuori", pensarono che avessi deciso di frequentare il mondo.
Non ci stavo male in quel mondo placido di placenta, c'era il riscaldamento, il cibo non mancava, ogni tanto si sentiva anche la musica, ma iniziava a starmi stretto e più i giorni passavano più lo spazio era ridotto e la voglia di girarmi verso il basso aumentava. Passò ancora un mese e il 7 aprile 1965, ormai girato verso il basso, venni assalito dall'irresistibile voglia di scendere in cantina e di uscire dalla porta dei sogni. Non mi ricordo se nella mia permanenza nel placido mondo di placenta sognassi ma di sicuro non avevo mai fatto un incubo, un incubo come quello che stavo passando in quel momento; il mio mondo ovattato era scomparso, i suoni erano forti e fastidiosi, la luce accecante, e l'ombelico mi faceva un male cane. Un attimo dopo il salto più traumatizzante della nostra vita ti ritrovi a testa in giù, un freddo cane, e quella sensazione di avere perso tutte le tue sicurezze e tutto in un attimo: è veramente terribile venire alla luce. Non si capisce più niente, l'unica cosa famigliare che riesci a percepire é l'odore della donna (che scoprirai essere la mamma) che ti ha permesso di crescere custodito al caldo, ti ha nutrito, dato sicurezza per nove mesi o giù di lì. Secondo il mio libretto sanitario è il medico sono stato puntuale: nove mesi tondi tondi. La vita era lì, mi sorrideva, anche il seno di mia madre mi sorrideva purtroppo lo ha fatto per poco. Il dottore farneticava di un fattore Rh negativo, cambio del sangue, latte artificiale, basta con la tetta!
Come?!!!dopo avermi traumatizzato con la nascita verrò traumatizzato dall'abbandono coatto della tetta. Basta! Fatemi tornare indietro! Voglio di nuovo il mio mondo placido di placenta!!! Eih, eih, dico a voi, possibile che non mi capiate. Cazzo sono nato in un mondo di sordi deficienti, proviamo ad urlare più forte... niente...eih cosa volete fare? Perché mi portate via dalla mamma? L'ho appena conosciuta! Eih gente che modi sono... non mi ascoltano, cosa vogliono fare con quella cosa...eih stai distante, non ti avvicinare... aih, mi hai punto, fa male... oddio cosa succede, ho sonno, la testa mi cade, oddio non vedo più niente. Dove sono, forse mi hanno rimesso nel mio placido mondo, si fluttuo di nuovo, che bello sono di nuovo a casa, era solo un incubo, il mio primo incubo, quel mondo non esiste. Sono salvo... che incubo.
Li fuori i miei genitori erano preoccupati; neanche il tempo di conoscermi e mi hanno visto finire in terapia intensiva; riciclo del sangue, cambio totale. Zac un ago in un braccio lo fa uscire, zac un ago nell'altro braccio lo fa entrare o super giù così. L'ho sempre immaginato così, mentre metà di me si svuota l'altra metà si riempie, appena nato sono già un vampiro vampirizzato. Questa vampirizzazione pare mi abbia salvato la vita e la psiche. Lo stress del cambio mi ha portato dai floridi quattro chili è trentadue ai due chili e ottantacinque del dopo salasso: da grasso Maraja ha denutrito suddito. Avrei dovuto fiutare qualcosa già allora e provare a cambiare aria, ma evadere da un'incubatrice é estremamente difficile, nessuno c'è mai riuscito. Dopo una ventina di giorni di "cella d'isolamento" sono stato riconsegnato ai miei genitori che hanno visto il principe trasformato in ranocchio pieno di grinze; pare che perdere quasi il 50 per cento del proprio peso in quei pochi giorni non giovi alla propria pelle di pupo. Dopo il primo shock, giustificabilissimo, il problema più grosso e stato farmi comprendere che il tenero morbido capezzolo, nonché il morbido cuscino contro cui spiaccicarmi mentre ero intento a nutrirmi, veniva sostituito da un coso di plastica e vetro, chiamato biberon. Quel coso aveva un sapore orribile ed era duro e freddo o caldo troppo caldo. Mi sono chiesto molte volte se i dottori non abbiano un senso sadico; dopo averti fatto conoscere il paradiso, la tetta, ti obbligano al purgatorio, il biberon. Io queste lamentele le facevo ma i grandi non lo capivano, io gliele urlavo ma loro niente. Dopo molte ore ho dovuto cedere per la fame e adattarmi a quel terribile surrogato plasticoso. Iniziamo bene, prima ho dovuto rinunciare al piacevole placido mondo della placenta, poi alla mamma (che ho ritrovato), mi hanno portato via del sangue e ho dovuto rinunciare a un paio di chili è ora mi hanno tolto anche la tetta; mi viene il dubbio che la vita sia una continua rinuncia. L'ho provato a chiedere a chi ho attorno ma non mi capiscono. Perché non mi capiscono, in un primo tempo credevo fossero sordi e urlavo più forte ottenendo un soffocamento da biberon o lo sballottamento da cullaggio, una cosa terribile che mi costringeva a far finta di addormentarmi per farli smettere.
Voglio tornare nel mio monolocale!
Certo che guardando ora la mamma ci starei un po' strettino. Potrei provare con la zia, li potrei portarmi anche un biliardo per ingannare il tempo.
Mi hanno dato il nome è mi andata bene. Mio padrino da cui si sono ispirati ha un nome corto, moderno (anche se apparteneva ad una serie di re dell'antichità), mi piace almeno in questo non ho dovuto rinunciare al mio nome come succede a quelli che hanno dei nomi composti o decisamente brutti. Ormai sono mesi che cerco di comunicare con questi strani esseri, ho scoperto che se rido loro sono contenti, se urlo per farmi capire sono preoccupati, se parlo normale sono incuriositi. Mi sa che é ora di " abbassarmi" al loro arcaico idioma senza poesia se no chissà cosa dovrò mangiare e quanti sballottamenti dovrò sopportare: domani dirò mamma e papà e vedremo cosa succede. Il giorno dopo affilo la lingua e provo a emettere quei suoni che al mondo attorno a me sembra piacciano tanto: mamma, mamma. La reazione é strepitosa, mi hanno capito, sono tutti felici:
-Ha detto la prima parola, ha detto mamma.-
Inizia una serie di telefonate entusiastiche, pacche sulle spalle e altre amenità. Decido di tenere papà per un'altra volta. Se ogni volta che pronuncio una parola succede tutto questo casino quando sarò arrivato a "zuzzurellone" avrò il mondo ai miei piedi. Pensare, che è da quando ho visto la luce che cerco di comunicare con loro, da allora ne ho fatti di discorsi ma non hanno mai reagito così, al massimo assumevano un'aria idiota facendomi sghignazzare per le cazzate che mi dicevano cercando di imitare i miei suoni. Quando ne ho avuto l'occasione, di questo, ne ho discusso con qualche mio "collega" e abbiamo concluso che il loro mondo capisce pochissime parole del nostro mentre noi capiamo quasi tutto. Non riusciamo a spiegarci, noi neonati, come possa succedere visto che siamo in tanti e a forza di sentirci dovrebbero capirci ormai. Domani gioco la carta papà vediamo se sortisce lo stesso effetto di mamma.
Ore 21, siamo tutti a tavola, mio padre mi sta imboccando, OK appena ha finito ci provo -papà, papà.-
Altro delirio, provo con la combinazione: mamma, papà. Delirio da stadio, doppia dose di coccole, altro giro di telefonate esultanti. Non è così male parlare quest’idioma arcaico; da dei frutti ottimi. Questo stato incantato è durato per qualche mese poi è diventato routine. Si sono abituati al prodigio della mia voce, all'articolazione di quei suoni; ormai avrei potuto dire qualsiasi cosa anche la più difficile ma sarebbe passata inosservata, eravamo entrati nella fase dell'apprendimento. Fine della pacchia, della soddisfazione del proprio egocentrismo; da “Sole” piano piano stavo diventando “pianeta, poi satellite”, col passare di qualche anno “fantasma, poi problema”. Ormai il mio parlare non creava più quella piacevole attenzione di un tempo, mi ci abituai. Provai ad attirare l'attenzione con parole difficili, niente; ormai ero considerato padrone della lingua. Per un po' venni assalito dalla voglia di tornare al placido mondo della placenta. Ormai la parola era andata, al mio arco avevo ancora le frecce del camminare a due zampe, dell'abbandono del ciuccio e del biberon. Siccome il dottore, alla mia nascita, aveva consigliato di portarmi in montagna per farmi riprendere meglio, dopo il trattamento Rh, i miei affittarono una baita in un paesino delle valli di Lanzo. Nel giro di poco tempo quel paesino fu colonizzato dai parenti di mia mamma, zii e cugini. A quei tempi parlavo ma gattonavo ancora, a Torino il gattonare non creava problemi, i pavimenti erano lisci, in montagna la pavimentazione era formata da tavole grezze di legno piene di schegge, questo creava un po' di problemi. Mi drizzai su due zampe così in fretta che quasi non se ne accorse nessuno, la cosa destò alcuni giorni di interesse e meraviglia, ma come tutte le cose veloci si acquisiscono in fretta e diventano la normalità, l'attenzione per me rientrò in fretta, ero di nuovo un figlio come un altro. Ebbi di nuovo quel richiamo verso il caldo e rassicurante mondo uterino. Passò. Mi era rimasta la carta del ciuccio e del biberon, ma dovetti superarla prima del dovuto grazie all'involontario aiuto di mia madre che prima dimenticò il biberon sulla stufa bruciandogli la tettarella e poi facendo cadere il ciuccio sempre sulla stufa. Iniziavo ad odiarla quella stufa. Hanno provato a sostituire la tettarella con quella usata per i vitelli ma per me era troppo grossa, stesso tentativo per il ciuccio ma anche in quel caso era enorme. Dall'oggi al domani dovetti smettere, siccome fu una scelta forzata passò quasi inosservata, nessun bravo hai smesso, sei fuori dal tunnel del biberon, o cose simili solo una serie di scuse sostituite nel tempo dalle frasi:
-e stato meglio così, ormai è grande, un taglio netto è meglio che una lenta agonia, ecc. ecc. -
A quel punto avrei voluto un utero di due metri con la porta blindata. Passò anche quella ma mi causò degli strani sogni; sognavo un utero di due metri con la porta blindata, era rassicurante e soprattutto, nel sogno, non permetteva ai tentativi del ginecologo di riuscire a strapparmi da quel luogo. Neanche con la fiamma ossidrica sarebbero riusciti a portarmi via dal mio placido mondo di placenta.


Dario 15/02/2002
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 01, 2004 01:24 | Permalink | commenti (5)
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sabato, settembre 11, 2004
è tardi e non sarei neanche dovuto essere qui ora,domattina parto presto e aimè dormirò poco. ma sapete il blog è una "droga" non sono riuscito a darci uno sguardo e rendermi conto che mi ero dimenticato di una cosa riguerdo le favole una cosa che giustamente mi è stato fatto notare: le favole hanno un "lieto fine". sinceramente a questo aspetto non ci avevo pensato anche perchè secondo il mio personalissimo punto di vista non è così; che lieto fine è per il lupo, o per la strega, o per il principe che deve sposarsi una rincoglionita che non dorme se ha un cazzo di pisello sotto un numero di materassi che neanche il signor permaflex puo concepire?per me le favole più che altro non hanno fine ed era così fin da piccolo.

chi sa che azz di fine ha fatto biancaneve o alice ; una ha aperto na lavanderia a gettoni ,data l'esperienza con i sette nani e l'altra è finita a san patrignano con tutto quello che si sniffava?

a parte gli scherzi le favole moderne sono un po diverse di quelle citate;oscar wilde insegna.

se non avete mai letto le sue favole fatelo sono cinicamente eccezionali è hanno fini tragiche per i protagonisti con morali molto attuali.

un abbraccio a tutti, cujo
postato da: dariocicchero alle ore settembre 11, 2004 03:32 | Permalink | commenti (4)
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giovedì, settembre 09, 2004
Le favole di certo non sono fatte per far dormire sonni tranquilli ai bambini, io le odiavo fin da piccolo, amavo solo quelle raccontate da yoghi e bubu dove il cattivo non era così cattivo e il buono non era così buono.
Avrei picchiato biancaneve usando i settenani, e consolato la povera strega, dato delle quintalate di sonnifero alla principessa sul pisello, ma poi pisello di chi, l'unica che mi era un po simpatica era alice ma sopratutto perchè fin da piccolo pensavo facesse uso di droghe.
Perciò oggi dopo tanti orrori favoleschi forse è ora di raccontare ai bimbi e alle bimbe delle nuove favole molto più reali e meno metaforiche, favole che contengano parole scomode e a volte orribili; iraq, guerra, omertà ecc...
Forse se si iniziassero a raccontare queste favole un mondo migliore potremo sperarlo. Ora che ci penso queste favole moderne non esistono, non esiste la favola
del paese chiamato iraq, o della nonna omertà, oppure del dottor katiuscia (nome di un famoso lanciarazzi), e perchè no della disfatta della guerra(ma questa sarebbe veramente una favola) e perché no del giornalista Badaloni o di tutti i giornalisti morti nell'adempimento del loro lavoro in testa a tutti la Ilaria Alpi e il Rovatin, o la storia di Ginetto Strada, o quella di un medico senza frontiere qualunque.
Vi lancio una proposta per un “gioco” che non servirà solo a noi, prendiamoci ognuno una di queste parole scomode e a volte orribili e trasformiamola in una favola da raccontare ai più giovani, ai giovanissimi, ai vecchi e ai vecchissimi e perché no anche ai nostri coetanei che non son più giovanissimi e neanche vecchi sperando che così in loro si diffonda il "morbo della voglia di pace". Poi si raccolgono gli scritti e li si mette in rete ovunque si puo, dai nostri blog ai siti che permettono di pubblicare qualcosa, hai siti degli amici, li possiamo stampare e regalare a chi si vuole ecc… per la diffusione fantasia al potere.
Forse è una idea idiota ma se vi piace diffondetela e magari diamoci un appuntamento tra due mesi per raccogliere in un luogo unico i nostri racconti. Fatemi sapere che ne pensate.
Un abbraccio da un cane con l’animo di gatto.
postato da: dariocicchero alle ore settembre 09, 2004 18:47 | Permalink | commenti (7)
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