Esco dal portone su via Pagnini, la percorro fino a piazza dello Statuto, li giro a sinistra su via dello Statuto per arrivare alla Fortezza da Basso, su via dello Statuto vengo superato da un gruppo di ragazzi albanesi che si dirigono ai giardini della Fortezza da Basso, costeggio la Fortezza per un paio di centinaia di metri e mi infilo sulla sinistra in via del pratello che percorro totalmente per poi buttarmi sulla sinistra in via Faenza. Fino a qui la città sembra deserta, a parte i ragazzi albanesi non ho incontrato nessuno, faccio un centinaio di metri e incrocio via Nazionale e da questo punto cambia tutto, via Faenza si popola di persone di tutte l’etnie e di tutti i dialetti, la città morta fino a quella via da quell’incrocio diventa viva. Continuo per via Faenza in mezzo alle persone, via Faenza diventa via Zanetti dopo aver incrociato piazza degli Aldobrandini la piazza posta dietro la chiesa di S.Lorenzo, percorro via Zanetti e arrivo su via dei Cerretani all’altezza di piazza S.Giovanni dove svetta il duomo. Attraverso via dei Cerretani e mi tuffo fantasma nel caos, galleggio quasi in mezzo alla moltitudine colorata che invade piazza S.Giovanni, mi districo invisibile tra i tanti e affronto via dei Calzaioli, non esiste un flusso che va in un senso o in un altro, i flussi si alternano secondo il via vai delle comitive, ominidi con ombrelli improbabili si “fanno inseguire” da esseri con improbabili cappellini e occhi a mandorla, altri ominidi con delle antenne munite di bandierina colorata attirano l’attenzione di esseri vestiti in modo eccentrico con tanto di sandali su calze bianche, scolaresche di ogni “stazza” si rincorrono. Impiego 10 minuti per percorrere le poche centinaia di metri di via dei Calzaioli per sbucare su piazza della Signoria dove vengono reso partecipe, non per mia volontà, alle miriadi di scatti fotografici e riprese amatoriali che popolano la piazza. Zizago tra cavalletti, calessi, tedeschi, cinesi, italiani, cani di ogni razza e vigili urbani per riuscire ad affacciarmi sul piazzale degli uffizi. Trovo non poca difficoltà a fendere il muro di persone ammagliate dalle statue viventi che hanno iniziato a popolare il piazzale, c’è chi scommette che sono statue chi sostiene l’umanità dell’essere di marmo, chi vorrebbe tirargli qualcosa per capire se sono vive o no, una si muove e tra i sostenitori della teoria della statua serpeggia la delusione, riesco ad oltrepassare quel muro umano e mi chiedo perché non sono passato dal vicolo parallelo al piazzale, mi rispondo che i riti si eseguono fino in fondo e per me il passaggio nel piazzale è un rito. Sulla mia sinistra, mentre attraverso il piazzale per la sua lunghezza, vedo la fila delle persone che vogliono vedere gli Uffizi dal di dentro, questa mattina era stimata un attesa di 4 ore, oggi pomeriggio a giudicare dalla fila direi anche 5, arrivo al fondo del piazzale faccio lo slalom tra i poster appoggiati in terra e attraverso lung’Arno de’ Medici per arrivare ad appoggiarmi alla balaustra sull’arno, mi metto come al solito ad un metro emmezzo dall’angolo di destra e mi isolo dal mondo per un attimo contemplando il paesaggio. Di fronte a me un’inquadratura che è un poco tutta Firenze vista di riflesso. All’estrema sinistra la Torre, ruotando verso destra si incrocia il piazzale (Michelangelo), S.Niccolo’(la collina), si immagina il forte Belvedere e si chiude all’estrema destra con il Ponte Vecchio. Secondo me questo è il punto in cui si vede tutta Firenze di riflesso perché da qui vedendo il piazzale e immaginando il forte si può immaginarne la vista da quei luoghi e perciò avere una dimensione quasi completa della città standoci in mezzo. Come al mio solito mi fermo un oretta a contemplare il paesaggio e l’arno che scorre, il povero ruscello di marrone colorato con i suoi principali abitanti scambiati per pantegane dai più. Ogni volta che compare una Nutria sugli “spalti” del lungarno si sentono le più strabilianti indignazioni per il degrado del torrentone: “oddio ma come può permettere questa città che i topi di fogna invadano le rive dell’arno”, “oddio certo che con questo colore il fiume non può che ospitare dei topacci…”, “ma che strani topi di fogna ci sono da queste parti, hanno il muso schiacciato”. Poi ogni tanto un bimbo erudito che a scuola ha studiato anche le Nutrie esordisce lasciando tutti perplessi: “mamma, mamma, guarda che bello ci sono le Nutrie, domani a scuola posso dire di averle viste dal vivo…”. Qualcuno redime l’amministrazione pubblica e la ringrazia per non avere sterminato il simpatico roditore altri torneranno a casa con il dubbio che i topi di fogna in fiorentino si chiamino Nutrie. Questo è uno dei miei divertimenti quando sono li a contemplare il fiume, li posizionato sopra la “canottieri” con alle spalle il piazzale degli Uffizi e di fronte una tana di Nutrie, riesco a starci anche un paio di ore in contemplazione a “rubare” i discorsi di chi si affaccia alla balaustra, ad “sentire” i mille scatti fatti dai turisti alla volte del ponte vecchio, mi piace sentire i frammenti di “saggezza” umana che passano da li. Dopo un oretta che sono appollaiato li arriva un gruppo di simpatici ma un po troppo vivaci romani e decido di tornare a casa. Mi stacco dalla mia postazione e mi avvio verso il ponte vecchio camminando sul lung’Arno Archibusieri, con qualche difficoltà arrivo all’altezza del Ponte Vecchio che supero quasi di forza, continuo sul lung’Arno Acciaiuoli, la balaustra sull’Arno è ricoperta di turisti, incrocio perfino dei fiorentini che si stanno dirigendo verso il Ponte Vecchio (ormai dopo 5 anni riesco a riconoscere la cadenza fiorentina dalle altre toscane), arrivo al ponte S.Trinità e decido di proseguire fino al ponte alla Carraia camminando per il lung’Arno Corsini, anche le balaustre di questo lung’arno sono gremite di turisti, arrivo al ponte alla Carraia e giro sulla destra, attraverso piazza Goldoni e mi infilo in via del Moro, la via pur essendo quasi sul lung’Arno è vuota, il caos rimane alle spalle, è una di quelle vie in pieno centro in cui non passa mai un turista, a Firenze, come in ogni città, le vie “dimenticate sono quelle più belle e con un sacco di piccole cose, di particolarità, in via del Moro si possono scoprire in alto sugli angoli di alcuni edifici delle figure allegoriche o simili e ad un certo punto si trova una specie di colonna con una croce alla sua sommità. Arrivato al fondo di via del Moro proseguo per via del Giglio altra piccola via dimenticata dai più, un poco meno dimenticata perché sbuca dietro alla chiesa di S.Lorenzo e al mercato che si snoda per quelle vie. Per un attimo dietro S.Lorenzo incontro un poco di turisti ma svolto subito a sinistra in via Faenza e il caos piano piano si dipana fino a scomparire appena supero l’incrocio con via Nazionale, al fondo di via Faenza decido di arrivare alla Fortezza da Basso invece di girare subito a destra in via del Pratello, arrivato di fronte all’entrata della Fortezza, mi fermo un attimo a contemplare lo spiazzo pedonale e l’entrata alla Fortezza, poi la costeggio lentamente cercando d’immaginare cosa poteva esserci intorno quando fu costruita, costeggia, costeggia arrivo al Mugnone (un rio o poco più) lo supero e scendo via dello Statuto, supero il sottopasso della ferrovia e giro a destra in via Pagnini, estraggo le chiavi di casa e dopo tre minuti entro in casa. La gatta mi guarda e miagola, ha ragione non gli ho ancora aperto la finestra da cui guarda un poco il mondo fuori di casa, poverina è passata nella sua vita dall’avere un giardino, poi un terrazzino e ora una finestra. La osservo mentre annusa l’aria fresca e gli odori della città, poi si gira verso di me miagolando e mi ricorda che è ora di fargli bollire il pesce per la pappa, mi alzo e vado ad immergere il suo adorato pesce nell’acqua, tra una mezzoretta quando avrò dato da mangiare a lei mi sa che darò da mangiare anche a me…
-La vita ci riserva sempre delle sorprese- stava pensando il cameraman -una vita a inseguire guerre, a raccontarne le atrocità per rendermi conto dell’impossibilità di raccontarle veramente, neanche con un milione di immagini.-
Il cameraman viaggiava su una jeep, il suo obbiettivo perlustrava il paesaggio, un paesaggio diverso da altri anche se sembrava uguale, la differenza era insita nella diversità di questa guerra, nessuna guerra era come questa, il Libano, la Palestina, la Yugoslavia, nulla ricordava questa guerra neanche i racconti sul Vietnam dei suoi colleghi più anziani. Attorno a lui la cortina di sicurezza sembrava una burla, niente, neanche quel convoglio in cui erano inseriti era al sicuro, erano sempre e ovunque possibili bersagli. Mai in nessuna guerra il rispetto per i civili era stato dimenticato, da ambo le parti, come in questa guerra, mai in nessuna guerra queste parti si “incastravano” fra loro, neanche nei conflitti in Somalia o in africa in genere i confini tra le parti erano così labili e mutevoli. Non voleva essere li, ma non avrebbe voluto non esserci, non avrebbe voluto esserci come “organo ufficiale” ma come sempre aveva fatto, avrebbe voluto essere li come freelance, ma in questa guerra ai freelance si spara, non li si difende, li si picchia, gli si rende la vita difficile, troppo pericolosi, troppo liberi e poi in questo periodo era sotto contratto ad una televisione, lo era per bisogno e pigrizia, a 45 anni e con una famiglia alle spalle era la cosa migliore essere sotto contratto con una major, lavoro sicuro in tutti i sensi anche in zona di guerra se solo fosse stata una guerra “normale”, ma quella non era una zona di guerra normale. Per la prima volta in più di 20 anni si sentiva un vero bersaglio, sarà stato colpa della divisa impostagli, di quel inquadramento militare dato ai giornalisti “ufficiali” o il viaggiare in mezzo ad una colonna militare. Aveva sempre avuto paura nelle guerre in cui era stato nella sua vita e ne aveva viste tante, troppe, ma non aveva mai avuto la sensazione di essere un bersaglio, un intruso. In tutte le guerre quelle scritte press o TV sull’auto davano la sensazione di immunità anche se non era sempre reale, si ricorderà sempre del cecchino di Sarajevo, un colpo dritto alla telecamera mentre riprendeva dei bimbi saltati su una mina mentre giocavano, il proiettile vagò sicuramente alcuni secondi nell’aria prima di colpire la sua telecamera, l’impatto fu terribile, il guscio della camera, da poco realizzato in materiale molto leggero ma praticamente a prova di proiettile, fermò quella pallottola partita da una distanza di almeno 2 km, laggiù dove c’erano le prime case, l’impatto spinse con violenza la telecamera contro il suo viso spaccandogli la mascella e lo zigomo, facendolo volare a terra a quasi due metri di distanza dall’auto con la scritta TV, svenne e quando si svegliò era in una tenda e un dottore lo stava medicando. Non riusciva a parlare ma era vivo, la telecamera distrutta ma la cassetta miracolosamente salva con un buco perfettamente in centro ma salva. Neanche quella volta ebbe la sensazione di essere un bersaglio. In mezzo ai blindati e agli elicotteri si sentiva meno sicuro di quando vagava per le strade di Sarajevo, dove i cecchini disegnavano facce sorridenti sui cartelli stradali posti anche a 3/4 km dalla loro postazione. Era l’odio stimolato da questa guerra a preoccuparlo, l’atteggiamento assurdo dei comandanti, il bombardare le città piene di civili sperando nel sostegno della forza “occupante” da parte dei civili bombardati, aveva paura dell’ottusità militare. -Eppure avrebbero dovuto imparare le lezioni subite dalla storia questi comandanti, il Vietnam, l’Afghanistan, non possono pretendere il sostegno della popolazione se gli sparano, li bombardano, ma come fanno a non capirlo- stava pensando il cameraman mentre il suo teleobbiettivo inquadrava della polvere turbinare nel deserto. Gli faceva paura anche la dissennatezza di chi diceva di resistere all’occupante, in tanti anni di guerre non gli capitò mai di vedere così tanti attentati uccidere le popolazioni civili, quella stessa popolazione che i cosiddetti resistenti avrebbero dovuto liberare, per la prima volta nella sua vita vedeva il disprezzo della vita dei civili da ambo le parti, per colpa di bombardamenti e di auto bomba in questa guerra le morti dei civili erano altissime, nessuno era al sicuro, certo anche in altre guerre i civili morivano, ma neanche la guerra in Palestina e gli attentati in Israele erano paragonabili a questa situazione. Si era aperta un era dove la guerra non aveva più “regole”, dove la cosiddetta resistenza era alla stregua degli occupanti se non peggio a volte. No, non voleva essere li, almeno non sarebbe dovuto essere li come “organo ufficiale” obbligato a far vedere delle vittorie, false vittorie o a documentare perdite trascurabili, ma trascurabili per chi, si era sempre chiesto ogni volta che i generali davano quella definizione della morte di pochi soldati, la morte non era mai trascurabile per come pensava lui. Era lì anche se non avrebbe voluto esserci almeno esserci così da “libero giornalista ufficiale”, ma con sulle spalle 45 anni e una famiglia cosa avrebbe potuto fare? Avrebbe dovuto rifiutare l’ingaggio più alto della sua vita, in fin dei conti lui era un semplice tecnico, non un paladino della libertà, uno di quei giornalisti senza compromessi che aveva ammirato in tanti anni di attività, lui era un operatore di cui nessuno sapeva niente, un nome tra i tanti nei titoli di coda, uno di quei nomi mai letti, a volte sbagliati o sostituiti con un altro, uno “assunto” non un cane sciolto come era sempre stato lui. Rifiutare sarebbe stato stupido.
Il “suo” giornalista era li al suo fianco, la divisa pulita e in ordine, la pistola nella fondina. Come un buon soldato il giornalista aveva richiesto la pistola, quando fece quella richiesta il cameraman lo guardò stupito, non gli era mai capitato di incontrare un giornalista con la pistola a parte naturalmente i “finti giornalisti” dei vari servizi segreti dei vari paesi del mondo. Al suo fianco c’era il prototipo del giornalista amato da qualsiasi amministrazione mondiale, lo scribacchino di articoli copiati dalle agenzie dell’informazione “militare”, quel giornalista a cui puoi dire: questo si, questo no, questo aspetta un attimo poi ti dico se puoi pubblicarlo.
Il cameraman iniziava a sperare in un attaccato alla colonna, non per fare immagini sensazionali, tanto sarebbero state in qualche modo adattate alle esigenze di stato, ma per “testare” quel supergiornalista all’opera, gli sarebbe piaciuto vedere come quell’arma associata a quella divisa dopo e ai tre mesi di addestramento avrebbe reagito al primo sparo, avrebbe voluto vedere l’efficiente uomo di spettacolo super addestrato alle prese con la sua arma tanto desiderata, lo avrebbe voluto vedere distante dal comodo albergo in una situazione difficile. Il cameraman era riuscito ad evitare l’addestramento grazie alla sua oltre ventennale esperienza di guerra e a un compromesso con la tv per cui lavorava, sarebbe partito solo se gli evitavano quella cosa ridicola e siccome era il più accreditato per quel lavoro accettarono. Il sole stava scendendo basso all’orizzonte colorando in modo spettacolare l’aria intorno a loro, la radio della jeep iniziò a parlare, l’autista aumentò l’andatura, tutta la colonna aumentò il passo. Il cameraman continuava a scrutare il deserto al suo fianco, aveva alzato il db della telecamera di una tacca per vederci meglio, la tv gli aveva fornito un’attrezzatura favolosa, telecamere sofisticate perfino un paio all’infrarosso, per la prima volta non aveva la sua amata “bambina”, quella telecamera che gli salvò la vita a Sarajevo, per la prima volta non rischiava la sua attrezzatura e aveva abbastanza pezzi di ricambio per costruirsene tre di telecamere per non parlare del numero di cassette. Aveva perfino un assistente e un aiutante addetto all’attrezzatura, tutti rigorosamente “inquadrati” con le loro belle divise, i loro giubbetti antiproiettile con tante tasche per le batterie e le cassette, gli elmetti in kewlar, l’intensificatore di luce e il corso di tre mesi completamente espletato. Il sole scivolò verso un mondo posto al di sotto del deserto, il convoglio ormai scorgeva le deboli luci della città, il cameraman posò la telecamera “diurna” e prese quella “notturna” agli infrarossi, anche l’autista e il passeggero al suo fianco indossarono i loro intensificatori di luce, naturalmente il giornalista e i due assistenti li imitarono come avevano diligentemente imparato nel corso di tre mesi, la colonna avanzava ad alta velocità con i fari spenti, il cameraman continuava a cercare qualcosa di interessante nel suo obbiettivo ma di fronte a lui solo deserto e materiale bellico distrutto, nulla di nuovo da quando era arrivato all’aeroporto, in quasi sei ore di viaggio non aveva incontrato altro.
Il giornalista attira l’attenzione del cameraman sulle luci della città e gli “ordina” di riprendere l’entrata in città, così con quelle immagini potrà aprirci il pezzo per la tv. Gli ordina anche di riprendere i due militari che li stanno guidando in questa folle corsa al buio -sono immagini che piacciono alla gente- dice con saccenza, il cameraman lo guarda come se guardasse un perfetto idiota ma l’altro ha già girato il volto e non se ne accorge.
Eccoli in città, è deserta, le luci dei lampioni sono accese sporadicamente, il silenzio è pesante, il giornalista sta recitando la sua litania per il mondo dei suoi telespettatori -eccoci finalmente in città, il viaggio è durato più di sei ore in cui le nostre forze armate hanno vegliato sulla nostra incolumità. Il viaggio avrebbe presentato non pochi rischi se le nostre forze armate non avessero bonificato sapientemente e chirurgicamente la zona, colpendo in vari giorni di bombardamenti le sacche di ribelli fiancheggiatori del regime antidemocratico- il giornalista guarda interrogativo il cameraman -che ne dici figliolo, è incisivo?- il cameraman non risponde, non ne ha voglia non vuole farsi cacciare il primo giorno di lavoro, ha una famiglia a cui pensare, si limita ad abbozzare un sorriso. Il giornalista compiaciuto ricomincia con la sua litania, il cameraman continua a scrutare la notte nel suo viewfinder.
L’autista annuncia che tra 10 minuti si sarà in albergo, la tensione del viaggio sta per finire, il cameraman sta scrutando il tetto di un edificio ha notato del movimento, stringe lo zoom e nota tre uomini in piedi, nessuno nell’auto sembra essersi reso conto di quei uomini. Sembrano tre persone che si godono il paesaggio notturno da un balcone, la radio gracchia ma nessuno parla, la strada di fronte a loro è libera a parte i tre mezzi blindati che li precedono, l’autista annuncia che al fondo della strada si svolterà a sinistra e dopo 300 metri saranno in albergo, è felice perché è stato un viaggio tranquillo. Il cameraman attiva la registrazione quasi inconsciamente, i tre uomini non si sono mossi sembrano delle statue, sono ancora molto distanti e nella notte si perdono i volti, per ora sono tre piccole ombre. Il convoglio rallenta, diventa lentissimo come se avesse paura di svegliare qualcuno, sembra cammini in punta dei piedi, gli uomini nel mirino del cameraman sono immobili e guardano la strada, la radio gracchia una seconda volta ma nessuno parla, il giornalista ha smesso di declamare la sua litania, l’autista e il suo vicino sono diventati di colpo silenziosi sembrano tesi, anche gli assistenti si sono irrigiditi come se sentissero un pericolo, il cameraman continua a filmare quelle ombre sul tetto, ora sono più riconoscibili, sono due uomini e una donna almeno sembra una donna con il velo, il convoglio viaggia a passo d’uomo, l’elicottero che li ha scortati fino alla città sembra scomparso. Le tre figure continuano a stare ferme, ormai saranno a 500 metri dal convoglio, il giornalista domanda perché hanno rallentato, l’autista non risponde, la radio gracchia e questa volta manda un segnale di attenzione. Il giornalista si innervosisce e fa’ domande ai due militari, non rispondono, il giornalista insiste, il militare “passeggero” gli ordina di stare zitto, di non parlare, potrebbe essere pericoloso, intanto nel mirino della telecamera le tre sagome sono diventate distinguibili molto bene, sul tetto ora riesce a riconoscere una donna, un uomo e un anziano, sono li immobili sembrano aspettare un comando per muoversi. La colonna è a 200 metri dall’incrocio e dal tetto. Il cameraman continua a riprendere quelle persone, può vederne gli sguardi, i visi sono rilassati quasi sorridono, i due uomini hanno le braccia conserte, la donna ha le braccia vicino al corpo e sembra tenere qualcosa nel braccio destro verso l’angolo del tetto, il cameraman non riesce a capire cosa abbia in quella mano il bordo del tetto non gli permette di vederlo. La radio gracchia di nuovo e una voce ribadisce l’ordine di attenzione, la tensione aumenta, ora anche il cameraman ha il fiato sospeso, inizia a pensare ai tre sul tetto e al possibile rischio di un benvenuto “esplosivo”. La colonna è quasi a 100 metri dall’incrocio e dal tetto, i tre continuano ad essere immobili, il convoglio è quasi fermo, anche il vento non “suona” più, nell’aria si percepisce solo il rumore lontano di un elicottero. Ormai il cameraman riesce a vedere nettamente i visi delle tre persone, sono sorridenti e per nulla minacciosi, non è ancora riuscito a capire che ci facciano li sopra, e soprattutto non capisce cosa tenga la donna nella mano destra. Il convoglio si ferma, la radio insiste con l’ordine di attenzione, il rumore dell’elicottero si fa più forte, la tensione nella camionetta è palpabile, il giornalista si è messo l’elmetto e si è accucciato tra i sedili, prega, anche i due assistenti si sono rannicchiati tra i sedili e pregano, il cameraman è sempre con l’occhio nel suo mirino, continua a guardare quelle figure, la colonna è ferma da 30 secondi. Il cameraman vede la donna abbassarsi per prendere qualcosa, nella jeep risuona un ordine secco: Fuoco!!! Si sente un fischio arrivare dalle spalle della colonna, il cameraman vede la donna alzare un bimbo di tre o quattro anni, è sorridente e saluta allegramente il convoglio, un attimo dopo quel sorriso il cameraman vede letteralmente evaporare quelle quattro persone e mezza casa, l’esplosione è fortissima, la jeep viene bersagliata da una serie di detriti, il cameraman vede solo polvere nel suo mirino, non riesce a crederci, hanno sparato ad una famiglia, una famiglia felice per la loro presenza. La voce alla radio invade l’abitacolo: Via, via, via!!! L’autista schiaccia sull’acceleratore e dopo pochi attimi sono tutti nell’atrio dell’albergo. Il giornalista impartisce gli ordini agli assistenti per organizzare subito “l’angolo per il collegamento”, il cameraman è riverso su un divano della hall, sta riguardando le riprese appena fatte e continua a non capacitarsene, non capisce come possano non aver visto il bimbo, come possano averlo scambiato per uno stinger. Il giornalista richiama la sua attenzione, la diretta partirà da li a tre minuti, deve prepararsi, il cameraman si avvicina al giornalista che ha in mano la sua bella agenzia dell’esercito sull’accaduto, gli porge la telecamera “notturna” per fargli vedere l’accaduto, il giornalista guarda, fa una faccia strana e poi guarda l’agenzia, scuote la testa e fa un cenno affermativo al cameraman indicandogli la telecamera pronta sul cavalletto, l’assistente inizia il conto alla rovescia per il collegamento con il telegiornale. Meno 10 secondi, il cameraman è pronto al suo posto. Meno 5 secondi, il giornalista ha un viso teso, duro. Meno 2 secondi, collegamento…
Quella sera al telegiornale si venne a sapere dell’ennesimo eroico e chirurgico intervento dell’esercito che con quell’atto sventò un grave attentato ai danni del grande giornalista e dei suoi collaboratori.
Naturalmente il racconto è un racconto di pura fantasia.
