lunedì, giugno 05, 2006
Intorno a d'ottobre, inizio a prendere consapevolezza di me stesso e del placido mondo di placenta. Sono completamente ignaro del mondo che sta la fuori e soprattutto di quello che mi aspetterà. Il "la fuori" per me non esiste nemmeno, solo qualche rumore, qualche gusto, niente di più. Sono ignaro dello scompiglio e le domande che la mia presenza hanno causato: -I soldi sono pochi, il fratello accetterà in maniera figurata la sua nascita e non in maniera letterale? Saremo in grado di tirare avanti?- E un sacco di altre domande. Passati i primi sconcerti arriva la gioia del nuovo nascituro e alla sana coscienza delle domande si sostituisce l'altrettanto sana incoscienza degli anni 60 (dove c'è uno se ne possono tenere anche due). L'incoscienza e la gioia sono fomentate dai parenti e dalla riconciliazione dei coniugi per il lieto evento, come se un bambino risolvesse i problemi di coppia. Per quello che mi ricordo ho passato i miei mesi "acquatici" in piena tranquillità, la mamma non vomitava, aveva delle voglie discrete e mai esose (conoscevo già lo stato finanziario), il fratellone era curioso di vedere com'ero fatto; al terzo mese di gravidanza era partito il toto sesso fra parenti e amici. Pancia tonda, pancia a punta, pancia ovale; tutti dicevano la loro, dai cuginetti ai nonni. L'unico ad avere teoricamente la certezza del proprio sesso ero io anche se non capivo la differenza tra un bambino è una bambina. Non capivo a cosa serviva quel dito senza mani e braccia, certo ci potevo giocare come con il resto del corpo ma non aveva apparentemente altre funzioni. L'avessero visto "la fuori" sarebbe stato l'orgoglio di molti. Perché poi? L'ammennicolo era mio non loro. I miei genitori avrebbero preferito una femminuccia in cuor loro, ma naturalmente un maschietto sarebbe stato bene accetto. Intorno all'ottavo mese di permanenza in quel placido mondo iniziavo ad annoiarmi e in più avevo una tremenda voglia di girarmi verso il basso. Iniziai a studiare la situazione e a fare dei tentativi di cappottamento, durante uno di questi tentativi creai un po' di scompiglio "la fuori", pensarono che avessi deciso di frequentare il mondo. Non ci stavo male in quel mondo placido di placenta, c'era il riscaldamento, il cibo non mancava, ogni tanto si sentiva anche la musica, ma iniziava a starmi stretto e più i giorni passavano più lo spazio era ridotto e la voglia di girarmi verso il basso aumentava. Passò ancora un mese e il 7 aprile 1965, ormai girato verso il basso, venni assalito dall'irresistibile voglia di scendere in cantina e di uscire dalla porta dei sogni. Non mi ricordo se nella mia permanenza nel placido mondo di placenta sognassi ma di sicuro non avevo mai fatto un incubo, un incubo come quello che stavo passando in quel momento; il mio mondo ovattato era scomparso, i suoni erano forti e fastidiosi, la luce accecante, e l'ombelico mi faceva un male cane. Un attimo dopo il salto più traumatizzante della nostra vita ti ritrovi a testa in giù, un freddo cane, e quella sensazione di avere perso tutte le tue sicurezze e tutto in un attimo: è veramente terribile venire alla luce. Non si capisce più niente, l'unica cosa famigliare che riesci a percepire é l'odore della donna (che scoprirai essere la mamma) che ti ha permesso di crescere custodito al caldo, ti ha nutrito, dato sicurezza per nove mesi o giù di lì. Secondo il mio libretto sanitario è il medico sono stato puntuale: nove mesi tondi tondi. La vita era lì, mi sorrideva, anche il seno di mia madre mi sorrideva purtroppo lo ha fatto per poco. Il dottore farneticava di un fattore Rh negativo, cambio del sangue, latte artificiale, basta con la tetta! Come?!!!dopo avermi traumatizzato con la nascita verrò traumatizzato dall'abbandono coatto della tetta. Basta! Fatemi tornare indietro! Voglio di nuovo il mio mondo placido di placenta!!! Eih, eih, dico a voi, possibile che non mi capiate. Cazzo sono nato in un mondo di sordi deficienti, proviamo ad urlare più forte... niente...eih cosa volete fare? Perché mi portate via dalla mamma? L'ho appena conosciuta! Eih gente che modi sono... non mi ascoltano, cosa vogliono fare con quella cosa...eih stai distante, non ti avvicinare... aih, mi hai punto, fa male... oddio cosa succede, ho sonno, la testa mi cade, oddio non vedo più niente. Dove sono, forse mi hanno rimesso nel mio placido mondo, si fluttuo di nuovo, che bello sono di nuovo a casa, era solo un incubo, il mio primo incubo, quel mondo non esiste. Sono salvo... che incubo. Li fuori i miei genitori erano preoccupati; neanche il tempo di conoscermi e mi hanno visto finire in terapia intensiva; riciclo del sangue, cambio totale. Zac un ago in un braccio lo fa uscire, zac un ago nell'altro braccio lo fa entrare o super giù così. L'ho sempre immaginato così, mentre metà di me si svuota l'altra metà si riempie, appena nato sono già un vampiro vampirizzato. Questa vampirizzazione pare mi abbia salvato la vita e la psiche. Lo stress del cambio mi ha portato dai floridi quattro chili è trentadue ai due chili e ottantacinque del dopo salasso: da grasso Maraja ha denutrito suddito. Avrei dovuto fiutare qualcosa già allora e provare a cambiare aria, ma evadere da un'incubatrice é estremamente difficile, nessuno c'è mai riuscito. Dopo una ventina di giorni di "cella d'isolamento" sono stato riconsegnato ai miei genitori che hanno visto il principe trasformato in ranocchio pieno di grinze; pare che perdere quasi il 50 per cento del proprio peso in quei pochi giorni non giovi alla propria pelle di pupo. Dopo il primo shock, giustificabilissimo, il problema più grosso e stato farmi comprendere che il tenero morbido capezzolo, nonché il morbido cuscino contro cui spiaccicarmi mentre ero intento a nutrirmi, veniva sostituito da un coso di plastica e vetro, chiamato biberon. Quel coso aveva un sapore orribile ed era duro e freddo o caldo troppo caldo. Mi sono chiesto molte volte se i dottori non abbiano un senso sadico; dopo averti fatto conoscere il paradiso, la tetta, ti obbligano al purgatorio, il biberon. Io queste lamentele le facevo ma i grandi non lo capivano, io gliele urlavo ma loro niente. Dopo molte ore ho dovuto cedere per la fame e adattarmi a quel terribile surrogato plasticoso. Iniziamo bene, prima ho dovuto rinunciare al piacevole placido mondo della placenta, poi alla mamma (che ho ritrovato), mi hanno portato via del sangue e ho dovuto rinunciare a un paio di chili è ora mi hanno tolto anche la tetta; mi viene il dubbio che la vita sia una continua rinuncia. L'ho provato a chiedere a chi ho attorno ma non mi capiscono. Perché non mi capiscono, in un primo tempo credevo fossero sordi e urlavo più forte ottenendo un soffocamento da biberon o lo sballottamento da cullaggio, una cosa terribile che mi costringeva a far finta di addormentarmi per farli smettere. Voglio tornare nel mio monolocale! Certo che guardando ora la mamma ci starei un po' strettino. Potrei provare con la zia, li potrei portarmi anche un biliardo per ingannare il tempo. Mi hanno dato il nome è mi andata bene. Mio padrino da cui si sono ispirati ha un nome corto, moderno (anche se apparteneva ad una serie di re dell'antichità), mi piace almeno in questo non ho dovuto rinunciare al mio nome come succede a quelli che hanno dei nomi composti o decisamente brutti. Ormai sono mesi che cerco di comunicare con questi strani esseri, ho scoperto che se rido loro sono contenti, se urlo per farmi capire sono preoccupati, se parlo normale sono incuriositi. Mi sa che é ora di " abbassarmi" al loro arcaico idioma senza poesia se no chissà cosa dovrò mangiare e quanti sballottamenti dovrò sopportare: domani dirò mamma e papà e vedremo cosa succede. Il giorno dopo affilo la lingua e provo a emettere quei suoni che al mondo attorno a me sembra piacciano tanto: mamma, mamma. La reazione é strepitosa, mi hanno capito, sono tutti felici: -Ha detto la prima parola, ha detto mamma.- Inizia una serie di telefonate entusiastiche, pacche sulle spalle e altre amenità. Decido di tenere papà per un'altra volta. Se ogni volta che pronuncio una parola succede tutto questo casino quando sarò arrivato a "zuzzurellone" avrò il mondo ai miei piedi. Pensare, che è da quando ho visto la luce che cerco di comunicare con loro, da allora ne ho fatti di discorsi ma non hanno mai reagito così, al massimo assumevano un'aria idiota facendomi sghignazzare per le cazzate che mi dicevano cercando di imitare i miei suoni. Quando ne ho avuto l'occasione, di questo, ne ho discusso con qualche mio "collega" e abbiamo concluso che il loro mondo capisce pochissime parole del nostro mentre noi capiamo quasi tutto. Non riusciamo a spiegarci, noi neonati, come possa succedere visto che siamo in tanti e a forza di sentirci dovrebbero capirci ormai. Domani gioco la carta papà vediamo se sortisce lo stesso effetto di mamma. Ore 21, siamo tutti a tavola, mio padre mi sta imboccando, OK appena ha finito ci provo -papà, papà.- Altro delirio, provo con la combinazione: mamma, papà. Delirio da stadio, doppia dose di coccole, altro giro di telefonate esultanti. Non è così male parlare quest’idioma arcaico; da dei frutti ottimi. Questo stato incantato è durato per qualche mese poi è diventato routine. Si sono abituati al prodigio della mia voce, all'articolazione di quei suoni; ormai avrei potuto dire qualsiasi cosa anche la più difficile ma sarebbe passata inosservata, eravamo entrati nella fase dell'apprendimento. Fine della pacchia, della soddisfazione del proprio egocentrismo; da “Sole” piano piano stavo diventando “pianeta, poi satellite”, col passare di qualche anno “fantasma, poi problema”. Ormai il mio parlare non creava più quella piacevole attenzione di un tempo, mi ci abituai. Provai ad attirare l'attenzione con parole difficili, niente; ormai ero considerato padrone della lingua. Per un po' venni assalito dalla voglia di tornare al placido mondo della placenta. Ormai la parola era andata, al mio arco avevo ancora le frecce del camminare a due zampe, dell'abbandono del ciuccio e del biberon. Siccome il dottore, alla mia nascita, aveva consigliato di portarmi in montagna per farmi riprendere meglio, dopo il trattamento Rh, i miei affittarono una baita in un paesino delle valli di Lanzo. Nel giro di poco tempo quel paesino fu colonizzato dai parenti di mia mamma, zii e cugini. A quei tempi parlavo ma gattonavo ancora, a Torino il gattonare non creava problemi, i pavimenti erano lisci, in montagna la pavimentazione era formata da tavole grezze di legno piene di schegge, questo creava un po' di problemi. Mi drizzai su due zampe così in fretta che quasi non se ne accorse nessuno, la cosa destò alcuni giorni di interesse e meraviglia, ma come tutte le cose veloci si acquisiscono in fretta e diventano la normalità, l'attenzione per me rientrò in fretta, ero di nuovo un figlio come un altro. Ebbi di nuovo quel richiamo verso il caldo e rassicurante mondo uterino. Passò. Mi era rimasta la carta del ciuccio e del biberon, ma dovetti superarla prima del dovuto grazie all'involontario aiuto di mia madre che prima dimenticò il biberon sulla stufa bruciandogli la tettarella e poi facendo cadere il ciuccio sempre sulla stufa. Iniziavo ad odiarla quella stufa. Hanno provato a sostituire la tettarella con quella usata per i vitelli ma per me era troppo grossa, stesso tentativo per il ciuccio ma anche in quel caso era enorme. Dall'oggi al domani dovetti smettere, siccome fu una scelta forzata passò quasi inosservata, nessun bravo hai smesso, sei fuori dal tunnel del biberon, o cose simili solo una serie di scuse sostituite nel tempo dalle frasi: -e stato meglio così, ormai è grande, un taglio netto è meglio che una lenta agonia, ecc. ecc. - A quel punto avrei voluto un utero di due metri con la porta blindata. Passò anche quella ma mi causò degli strani sogni; sognavo un utero di due metri con la porta blindata, era rassicurante e soprattutto, nel sogno, non permetteva ai tentativi del ginecologo di riuscire a strapparmi da quel luogo. Neanche con la fiamma ossidrica sarebbero riusciti a portarmi via dal mio placido mondo di placenta.
postato da: dariocicchero alle ore giugno 05, 2006 21:36 | Permalink | commenti (3)
categoria:anno 2004-ottobre, anno 2004