Intorno a d'ottobre prendo coscienza di me stesso e del placido mondo di placenta. Sono completamente ignaro del mondo che sta la fuori e soprattutto non ho idea di quello che mi aspetterà, di sicuro non mi aspetto proprio di nascere. Il "la fuori" per me non esiste nemmeno, solo qualche rumore, qualche gusto, niente di più. Sono ignaro dello scompiglio, delle domande e dei dubbi che la mia presenza creano:
-I soldi basteranno? il fratello accetterà in maniera figurata la sua nascita oppure lo farà in modo letterale? Saremo in grado di tirare avanti? Di dare le stesse possibilità ad entrambi? ecc...-
Passati i primi sconcerti arriva la gioia del nuovo nascituro e alla sana coscienza delle domande si sostituisce l'altrettanto sana incoscienza degli anni 60 (dove si mangia in tre si mangia anche in quattro). L'incoscienza e la gioia sono fomentate dai parenti e dalla riconciliazione dei coniugi per il lieto evento, come se un bambino risolvesse i problemi di coppia. Per quello che mi ricordo ho passato i miei mesi "acquatici" in piena tranquillità, la mamma non vomitava, aveva delle voglie discrete e mai esose (conoscevo già lo stato finanziario della famiglia e non esageravo), il fratellone era curioso di vedere com'ero fatto. Al terzo mese partì il "toto-sesso" fra parenti e amici. Pancia tonda, pancia a punta, pancia ovale; tutti dicevano la loro, dai cuginetti ai nonni. L'unico ad avere teoricamente la certezza del proprio sesso ero io anche se non capivo la differenza tra un bambino è una bambina. Io non capivo a cosa servisse quel dito senza mani e braccia ma se l'avessero visto "la fuori" sarebbe stato l'orgoglio di molti, il perché non l'ho mai capito; l'ammennicolo era mio non loro. I miei genitori avrebbero preferito una femminuccia in cuor loro, ma naturalmente un maschietto sarebbe stato bene accetto. Intorno all'ottavo mese di permanenza in quel placido mondo iniziavo ad annoiarmi e in più avevo una tremenda voglia di girarmi verso il basso. Iniziai a studiare la situazione e a fare dei tentativi di cappottamento, durante uno di questi tentativi creai un po' di scompiglio "la fuori", pensarono che avessi deciso di frequentare il loro mondo. Non ci stavo male nel mio mondo placido di placenta; il riscaldamento e il cibo non mancavano, ogni tanto si sentiva perfino della musica, la vita sociale non era un granchè ma non ci stavo male, però iniziava a starmi stretto e non in senso metaforico, e poi quella cavolo di voglia di girarmi verso il basso aumentava ogni ora che passava. Passò ancora un mese e il 7 aprile 1965, ormai girato verso il basso, venni assalito dall'irresistibile voglia di scendere in cantina e di uscire dalla porta dei sogni. Non mi ricordo se nella mia permanenza nel placido mondo di placenta sognassi ma di sicuro non avevo mai fatto un incubo, un incubo come quello che stavo passando in quel momento. Il mio mondo ovattato era scomparso, i suoni erano forti e fastidiosi, la luce accecante, e l'ombelico mi faceva un male cane. Un attimo dopo il salto più traumatizzante della nostra vita ti ritrovi a testa in giù, un freddo cane, e quella sensazione di avere perso tutte le tue sicurezze in un attimo: è veramente terribile venire alla luce. Non si capisce più niente, l'unica cosa famigliare che riesci a percepire é l'odore della donna (che scoprirai essere tua madre) che ti ha permesso di crescere custodito al caldo, ti ha nutrito, dato sicurezza per nove mesi o giù di lì. Secondo il mio libretto sanitario sono stato puntuale; nove mesi tondi tondi. La vita era lì, mi sorrideva, anche il seno di mia madre mi sorrideva purtroppo lo ha fatto per poco. Il dottore farneticava di un fattore Rh, di un cambio repentino del mio sangue, di latte artificiale, e soprattutto basta con la tetta! Come?!!!dopo avermi traumatizzato con la nascita mi traumatizzate con l'abbandono coatto della tetta. Basta! Fatemi tornare indietro! Voglio di nuovo il mio mondo placido di placenta!!! Eih, eih, dico a voi, possibile che non mi capiate. Cazzo sono nato in un mondo di sordi deficienti, proviamo ad urlare più forte... niente...eih cosa volete fare? Perché mi portate via dalla mamma? L'ho appena conosciuta! Eih gente che modi sono... non mi ascoltano, cosa vogliono fare con quella cosa...eih stai distante, non ti avvicinare... aih, mi hai punto, fa male... oddio cosa succede, ho sonno, la testa mi cade, oddio non vedo più niente. Dove sono, forse mi hanno rimesso nel mio placido mondo, si fluttuo di nuovo, che bello sono di nuovo a casa, era solo un incubo, il mio primo incubo, quel mondo non esiste. Sono salvo... che incubo.
Li fuori i miei genitori erano preoccupati. Neanche il tempo di conoscermi che già sono in viaggio per la terapia intensiva; riciclo del sangue, cambio totale. Zac... un ago in un braccio lo fa uscire, zac... un ago nell'altro braccio lo fa rientrare o super giù così, almeno io l'ho sempre immaginato così. Mentre una metà di me si svuota l'altra metà si riempie. Appena nato sono già un vampiro vampirizzato. Questa vampirizzazione pare mi abbia salvato la vita e la psiche, la vita sicuramente. Lo stress del cambio mi ha portato dai floridi quattro chili è trentadue ai due chili e ottantacinque del dopo salasso: da grasso Maraja ha denutrito suddito. Avrei dovuto fiutare qualcosa già allora e provare a cambiare aria, ma evadere da un'incubatrice é estremamente difficile, nessuno c'è mai riuscito a memoria d'uomo ma anche di donna. Dopo una ventina di giorni di "cella d'isolamento" sono stato riconsegnato ai miei genitori . Assomigliavo al principe trasformato in ranocchio pieno di grinze e di un colore discutibile per un neonato. Pare che perdere quasi il 50 per cento del proprio peso in pochi giorni non giovi alla propria pelle di pupo. Dopo aver assorbito lo shock del mio un po' smunto aspetto, la maggiore difficoltà affrontata dai miei genitori fu farmi comprendere che il tenero morbido capezzolo, nonché il morbido cuscino contro cui spiaccicarmi mentre ero intento a nutrirmi, era sostituito da un coso di plastica e vetro, chiamato biberon sempre troppo caldo o troppo freddo. Mi sono chiesto molte volte se i dottori non abbiano un senso sadico; dopo averti fatto conoscere il paradiso, la tetta, ti obbligano al purgatorio, il biberon. Io queste lamentele le facevo ma i grandi non le capivano, io gliele urlavo ma loro niente. Dopo molte ore di tentativi cedetti per la fame e mi piegai a quel terribile surrogato plasticoso. Iniziamo bene, prima ho dovuto rinunciare al piacevole placido mondo della placenta, poi alla mamma (che ho ritrovato), mi hanno portato via del sangue e ho dovuto rinunciare a un paio di chili è ora mi hanno tolto anche la tetta; mi viene il dubbio che la vita sia una continua rinuncia. Continuo ad esprimere i miei pensieri a chi ho attorno ma non capiscono. Perché non mi capiscono. In un primo momento credevo fossero sordi e urlavo più forte ottenendo il soffocamento da biberon o lo sballottamento da cullaggio, una cosa terribile che mi costringeva a far finta di addormentarmi per farli smettere.
Voglio tornare nel mio monolocale!
Certo che, guardando ora la mamma, ci starei un po' strettino nel mio monolocale. Potrei provare con la zia, li potrei portarmi anche un biliardo per ingannare il tempo.
Quando mi hanno dato il nome mi andata bene; mio padrino, a cui si sono ispirati, ha un nome corto, moderno (anche se apparteneva ad una serie di re dell'antichità), mi piace. Questa volta non ho dovuto rinunciare a qualcosa; forse la vita inizia a girare dal verso giusto. Ormai sono mesi che cerco di comunicare con questi strani esseri, ho scoperto che se rido loro sono contenti, se urlo per farmi capire sono preoccupati, se parlo normale sono incuriositi. Mi sa che é ora di " abbassarmi" al loro arcaico idioma senza poesia se no chissà cosa dovrò mangiare e quanti sballottamenti dovrò sopportare: domani dirò mamma e papà e vedremo cosa succede. Il giorno dopo affilo la lingua e provo a emettere quei suoni che al mondo attorno a me sembra piacciano tanto: mamma, mamma. La reazione fu strepitosa. Non ci posso credere mi hanno capito, sono tutti felici.
-Ha detto la prima parola, ha detto mamma.-
Inizia una serie di telefonate entusiastiche, pacche sulle spalle e altre amenità. Decido di tenere papà per un'altra volta. Se ogni volta che pronuncio una parola succede tutto questo casino quando sarò arrivato a "zuzzurellone" avrò il mondo ai miei piedi. Pensare, che è da quando ho visto la luce che cerco di comunicare con loro, da allora ne ho fatti di discorsi ma non hanno mai reagito così, al massimo assumevano un'aria idiota facendomi sghignazzare per le cazzate che mi dicevano cercando di imitare i miei suoni. Sono proprio strani questi esseri. Quando ne ho avuto l'occasione dell'entusiasmo di questi esseri ne ho discusso con qualche mio "collega" e abbiamo concluso che il loro mondo capisce pochissime parole del nostro mentre noi capiamo quasi tutto. Domani gioco la carta papà vediamo se sortisce lo stesso effetto di mamma.
Ore 21, siamo tutti a tavola, mio padre mi sta imboccando. OK appena ha finito ci provo -papà, papà.-
Altro delirio, provo con la combinazione: mamma, papà. Delirio da stadio, doppia dose di coccole, altro giro di telefonate esultanti. Non è così male parlare quest’idioma arcaico; da dei frutti ottimi. Questo stato incantato è durato per qualche mese poi è diventato routine. Si sono abituati al prodigio della mia voce, all'articolazione di quei suoni; ormai avrei potuto dire qualsiasi cosa anche la più difficile ma sarebbe passata inosservata, eravamo entrati nella fase dell'apprendimento. Fine della pacchia, della soddisfazione del proprio egocentrismo; da “Sole” piano piano stavo diventando “pianeta" per poi diventare banale "satellite”, col passare di qualche anno sarei stato un “fantasma" e poi un "problema”. Ormai il mio parlare non creava più quella piacevole attenzione di un tempo. Mi ci abituai. ogni tanto provavo ad attirare l'attenzione con parole difficili, niente; ero considerato padrone della lingua. Per un po' venni assalito dalla voglia di tornare al placido mondo della placenta. Ormai la "parola" me l'ero giocata, al mio arco avevo ancora le frecce: camminare a due zampe, abbandonare il ciuccio e il biberon. Il dottore, alla mia nascita, aveva consigliato di portarmi in montagna per farmi riprendere dal "trattamento Rh", i miei affittarono una baita in un paesino delle valli di Lanzo. Nel giro di poco tempo quel paesino fu colonizzato dai parenti di mamma, nugoli di zii e cugini inperversavano per il paese. A quei tempi parlavo ma gattonavo ancora. A Torino gattonare non creava problemi, i pavimenti erano lisci, in montagna la pavimentazione era formata da tavole grezze di legno piene di schegge, questo mi creava un po' di problemi. Mi drizzai su due zampe così in fretta che quasi non se ne accorse nessuno, la cosa destò alcuni giorni di interesse e meraviglia, ma come tutte le cose veloci venne "acquisita" in fretta rientrando nella normalità, l'attenzione per me rientrò in fretta, ero di nuovo un figlio come un altro. Ebbi di nuovo il richiamo verso il caldo e rassicurante mondo uterino. Passò. Mi era rimasta la carta del ciuccio e quella del biberon, ma dovetti superarle prima del dovuto grazie all'involontario aiuto di mia madre, che prima dimenticò il biberon sulla stufa bruciandogli la tettarella e poi face cadere il ciuccio sempre sulla stufa eliminandomi il piacere di stupirli. Iniziavo ad odiarla quella stufa. Provarono a sostituire la tettarella con quella usata per i vitelli ma per me era troppo grossa, stesso tentativo con il ciuccio; anche in quel caso era enorme. Dall'oggi al domani dovetti smettere, siccome fu una scelta forzata passò quasi inosservata, nessun bravo hai smesso, sei fuori dal tunnel del biberon, o cose simili, solo una serie di scuse sostituite nel tempo dalle frasi:
-è stato meglio così, ormai è grande, un taglio netto è meglio che una lenta agonia, ecc. ecc. -
A quel punto avrei voluto un utero di due metri con la porta blindata. Passò anche quella ma mi causò degli strani sogni; sognavo un utero di due metri con la porta blindata, era rassicurante e soprattutto, nel sogno, non permetteva ai tentativi del ginecologo di riuscire a strapparmi da quel luogo. Neanche con la fiamma ossidrica sarebbero riusciti a portarmi via dal mio placido mondo di placida placenta.




