venerdì, giugno 29, 2007
Premetto subito che sia il post precedente che questo fanno parte "dell'archivio". si ci rimetto mano, magari l'attualizzo ma la versione originale risale sia per questo che per quello precedente ad ottobre 2004.  rileggendo i post del passato un poco mi preoccupo, scrivevo un sacco e decisamente meglio. siccome oggi scrivo poco e peggio mi rimetto a ripubblicare i pezzi che mi piacciono di più, magari un poco rivisti e corretti. Unico grande problema legato a quel periodo è la lunghezza dei pezzi. A chi avrà voglia di leggersi tutto ma anche a chi non l'avrà e si fermerà alla prima riga buona lettura.


Intorno a d'ottobre prendo coscienza di me stesso e del placido mondo di placenta. Sono completamente ignaro del mondo che sta la fuori e soprattutto non ho idea di quello che mi aspetterà, di sicuro non mi aspetto proprio di nascere. Il "la fuori" per me non esiste nemmeno, solo qualche rumore, qualche gusto, niente di più. Sono ignaro dello scompiglio, delle domande e dei dubbi che la mia presenza creano:

-I soldi basteranno? il fratello accetterà in maniera figurata la sua nascita oppure lo farà in modo letterale? Saremo in grado di tirare avanti? Di dare le stesse possibilità ad entrambi? ecc...-

Passati i primi sconcerti arriva la gioia del nuovo nascituro e alla sana coscienza delle domande si sostituisce l'altrettanto sana incoscienza degli anni 60 (dove si mangia in tre si mangia anche in quattro). L'incoscienza e la gioia sono fomentate dai parenti e dalla riconciliazione dei coniugi per il lieto evento, come se un bambino risolvesse i problemi di coppia. Per quello che mi ricordo ho passato i miei mesi "acquatici" in piena tranquillità, la mamma non vomitava, aveva delle voglie discrete e mai esose (conoscevo già lo stato finanziario della famiglia e non esageravo), il fratellone era curioso di vedere com'ero fatto. Al terzo mese partì il "toto-sesso" fra parenti e amici. Pancia tonda, pancia a punta, pancia ovale; tutti dicevano la loro, dai cuginetti ai nonni. L'unico ad avere teoricamente la certezza del proprio sesso ero io anche se non capivo la differenza tra un bambino è una bambina. Io non capivo a cosa servisse quel dito senza mani e braccia ma se l'avessero visto "la fuori" sarebbe stato l'orgoglio di molti,  il perché non l'ho mai capito; l'ammennicolo era mio non loro. I miei genitori avrebbero preferito una femminuccia in cuor loro, ma naturalmente un maschietto sarebbe stato bene accetto. Intorno all'ottavo mese di permanenza in quel placido mondo iniziavo ad annoiarmi e in più avevo una tremenda voglia di girarmi verso il basso. Iniziai a studiare la situazione e a fare dei tentativi di cappottamento, durante uno di questi tentativi creai un po' di scompiglio "la fuori", pensarono che avessi deciso di frequentare il loro mondo. Non ci stavo male nel mio mondo placido di placenta; il riscaldamento e il cibo non mancavano, ogni tanto si sentiva perfino della musica, la vita sociale non era un granchè ma non ci stavo male, però iniziava a starmi stretto e non in senso metaforico, e poi quella cavolo di voglia di girarmi verso il basso aumentava ogni ora che passava. Passò ancora un mese e il 7 aprile 1965, ormai girato verso il basso, venni assalito dall'irresistibile voglia di scendere in cantina e di uscire dalla porta dei sogni. Non mi ricordo se nella mia permanenza nel placido mondo di placenta sognassi ma di sicuro non avevo mai fatto un incubo, un incubo come quello che stavo passando in quel momento. Il mio mondo ovattato era scomparso, i suoni erano forti e fastidiosi, la luce accecante, e l'ombelico mi faceva un male cane. Un attimo dopo il salto più traumatizzante della nostra vita ti ritrovi a testa in giù, un freddo cane, e quella sensazione di avere perso tutte le tue sicurezze in un attimo: è veramente terribile venire alla luce. Non si capisce più niente, l'unica cosa famigliare che riesci a percepire é l'odore della donna (che scoprirai essere tua madre) che ti ha permesso di crescere custodito al caldo, ti ha nutrito, dato sicurezza per nove mesi o giù di lì. Secondo il mio libretto sanitario sono stato puntuale; nove mesi tondi tondi. La vita era lì, mi sorrideva, anche il seno di mia madre mi sorrideva purtroppo lo ha fatto per poco. Il dottore farneticava di un fattore Rh, di un cambio repentino del mio sangue, di latte artificiale, e soprattutto basta con la tetta! Come?!!!dopo avermi traumatizzato con la nascita mi traumatizzate con l'abbandono coatto della tetta. Basta! Fatemi tornare indietro! Voglio di nuovo il mio mondo placido di placenta!!! Eih, eih, dico a voi, possibile che non mi capiate. Cazzo sono nato in un mondo di sordi deficienti, proviamo ad urlare più forte... niente...eih cosa volete fare? Perché mi portate via dalla mamma? L'ho appena conosciuta! Eih gente che modi sono... non mi ascoltano, cosa vogliono fare con quella cosa...eih stai distante, non ti avvicinare... aih, mi hai punto, fa male... oddio cosa succede, ho sonno, la testa mi cade, oddio non vedo più niente. Dove sono, forse mi hanno rimesso nel mio placido mondo, si fluttuo di nuovo, che bello sono di nuovo a casa, era solo un incubo, il mio primo incubo, quel mondo non esiste. Sono salvo... che incubo.

Li fuori i miei genitori erano preoccupati. Neanche il tempo di conoscermi che già sono in viaggio per la terapia intensiva; riciclo del sangue, cambio totale. Zac... un ago in un braccio lo fa uscire, zac... un ago nell'altro braccio lo fa rientrare o super giù così, almeno io l'ho sempre immaginato così. Mentre una metà di me si svuota l'altra metà si riempie. Appena nato sono già un vampiro vampirizzato. Questa vampirizzazione pare mi abbia salvato la vita e la psiche, la vita sicuramente. Lo stress del cambio mi ha portato dai floridi quattro chili è trentadue ai due chili e ottantacinque del dopo salasso: da grasso Maraja ha denutrito suddito. Avrei dovuto fiutare qualcosa già allora e provare a cambiare aria, ma evadere da un'incubatrice é estremamente difficile, nessuno c'è mai riuscito a memoria d'uomo ma anche di donna. Dopo una ventina di giorni di "cella d'isolamento" sono stato riconsegnato ai miei genitori . Assomigliavo al principe trasformato in ranocchio pieno di grinze e di un colore discutibile per un neonato. Pare che perdere quasi il 50 per cento del proprio peso in pochi giorni non giovi alla propria pelle di pupo. Dopo aver assorbito lo shock del mio un po' smunto aspetto, la maggiore difficoltà affrontata dai miei genitori fu farmi comprendere che il tenero morbido capezzolo, nonché il morbido cuscino contro cui spiaccicarmi mentre ero intento a nutrirmi, era sostituito da un coso di plastica e vetro, chiamato biberon sempre troppo caldo o troppo freddo. Mi sono chiesto molte volte se i dottori non abbiano un senso sadico; dopo averti fatto conoscere il paradiso, la tetta, ti obbligano al purgatorio, il biberon. Io queste lamentele le facevo ma i grandi non le capivano, io gliele urlavo ma loro niente. Dopo molte ore di tentativi cedetti per la fame e mi piegai a quel terribile surrogato plasticoso. Iniziamo bene, prima ho dovuto rinunciare al piacevole placido mondo della placenta, poi alla mamma (che ho ritrovato), mi hanno portato via del sangue e ho dovuto rinunciare a un paio di chili è ora mi hanno tolto anche la tetta; mi viene il dubbio che la vita sia una continua rinuncia. Continuo ad esprimere i miei pensieri a chi ho attorno ma non capiscono. Perché non mi capiscono. In un primo momento credevo fossero sordi e urlavo più forte ottenendo il soffocamento da biberon o lo sballottamento da cullaggio, una cosa terribile che mi costringeva a far finta di addormentarmi per farli smettere.

Voglio tornare nel mio monolocale!

Certo che, guardando ora la mamma, ci starei un po' strettino nel mio monolocale. Potrei provare con la zia, li potrei portarmi anche un biliardo per ingannare il tempo.

Quando mi hanno dato il nome mi andata bene; mio padrino, a cui si sono ispirati, ha un nome corto, moderno (anche se apparteneva ad una serie di re dell'antichità), mi piace. Questa volta non ho dovuto rinunciare a qualcosa; forse la vita inizia a girare dal verso giusto. Ormai sono mesi che cerco di comunicare con questi strani esseri, ho scoperto che se rido loro sono contenti, se urlo per farmi capire sono preoccupati, se parlo normale sono incuriositi. Mi sa che é ora di " abbassarmi" al loro arcaico idioma senza poesia se no chissà cosa dovrò mangiare e quanti sballottamenti dovrò sopportare: domani dirò mamma e papà e vedremo cosa succede. Il giorno dopo affilo la lingua e provo a emettere quei suoni che al mondo attorno a me sembra piacciano tanto: mamma, mamma. La reazione fu strepitosa. Non ci posso credere mi hanno capito, sono tutti felici.

-Ha detto la prima parola, ha detto mamma.-

Inizia una serie di telefonate entusiastiche, pacche sulle spalle e altre amenità. Decido di tenere papà per un'altra volta. Se ogni volta che pronuncio una parola succede tutto questo casino quando sarò arrivato a "zuzzurellone" avrò il mondo ai miei piedi. Pensare, che è da quando ho visto la luce che cerco di comunicare con loro, da allora ne ho fatti di discorsi ma non hanno mai reagito così, al massimo assumevano un'aria idiota facendomi sghignazzare per le cazzate che mi dicevano cercando di imitare i miei suoni. Sono proprio strani questi esseri. Quando ne ho avuto l'occasione dell'entusiasmo di questi esseri ne ho discusso con qualche mio "collega" e abbiamo concluso che il loro mondo capisce pochissime parole del nostro mentre noi capiamo quasi tutto. Domani gioco la carta papà vediamo se sortisce lo stesso effetto di mamma.

Ore 21, siamo tutti a tavola, mio padre mi sta imboccando. OK appena ha finito ci provo -papà, papà.-

Altro delirio, provo con la combinazione: mamma, papà. Delirio da stadio, doppia dose di coccole, altro giro di telefonate esultanti. Non è così male parlare quest’idioma arcaico; da dei frutti ottimi. Questo stato incantato è durato per qualche mese poi è diventato routine. Si sono abituati al prodigio della mia voce, all'articolazione di quei suoni; ormai avrei potuto dire qualsiasi cosa anche la più difficile ma sarebbe passata inosservata, eravamo entrati nella fase dell'apprendimento. Fine della pacchia, della soddisfazione del proprio egocentrismo; da “Sole” piano piano stavo diventando “pianeta" per poi diventare banale "satellite”, col passare di qualche anno sarei stato un “fantasma" e poi un "problema”. Ormai il mio parlare non creava più quella piacevole attenzione di un tempo. Mi ci abituai. ogni tanto provavo ad attirare l'attenzione con parole difficili, niente; ero considerato padrone della lingua. Per un po' venni assalito dalla voglia di tornare al placido mondo della placenta. Ormai la "parola" me l'ero giocata, al mio arco avevo ancora le frecce: camminare a due zampe, abbandonare il ciuccio e il biberon. Il dottore, alla mia nascita, aveva consigliato di portarmi in montagna per farmi riprendere dal "trattamento Rh", i miei affittarono una baita in un paesino delle valli di Lanzo. Nel giro di poco tempo quel paesino fu colonizzato dai parenti di mamma, nugoli di zii e cugini inperversavano per il paese. A quei tempi parlavo ma gattonavo ancora. A Torino gattonare non creava problemi, i pavimenti erano lisci, in montagna la pavimentazione era formata da tavole grezze di legno piene di schegge, questo mi creava un po' di problemi. Mi drizzai su due zampe così in fretta che quasi non se ne accorse nessuno, la cosa destò alcuni giorni di interesse e meraviglia, ma come tutte le cose veloci venne "acquisita" in fretta rientrando nella normalità, l'attenzione per me rientrò in fretta, ero di nuovo un figlio come un altro. Ebbi di nuovo il richiamo verso il caldo e rassicurante mondo uterino. Passò. Mi era rimasta la carta del ciuccio e quella del biberon, ma dovetti superarle prima del dovuto grazie all'involontario aiuto di mia madre, che prima dimenticò il biberon sulla stufa bruciandogli la tettarella e poi face cadere il ciuccio sempre sulla stufa eliminandomi il piacere di stupirli. Iniziavo ad odiarla quella stufa. Provarono a sostituire la tettarella con quella usata per i vitelli ma per me era troppo grossa, stesso tentativo con il ciuccio; anche in quel caso era enorme. Dall'oggi al domani dovetti smettere, siccome fu una scelta forzata passò quasi inosservata, nessun bravo hai smesso, sei fuori dal tunnel del biberon, o cose simili, solo una serie di scuse sostituite nel tempo dalle frasi:

-è stato meglio così, ormai è grande, un taglio netto è meglio che una lenta agonia, ecc. ecc. -

A quel punto avrei voluto un utero di due metri con la porta blindata. Passò anche quella ma mi causò degli strani sogni; sognavo un utero di due metri con la porta blindata, era rassicurante e soprattutto, nel sogno, non permetteva ai tentativi del ginecologo di riuscire a strapparmi da quel luogo. Neanche con la fiamma ossidrica sarebbero riusciti a portarmi via dal mio placido mondo di placida placenta.
postato da: dariocicchero alle ore giugno 29, 2007 22:52 | Permalink | commenti (2)
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martedì, giugno 26, 2007
anche le favole sono amare...



Un vento forte soffia tra rovine di palazzi. L'Hammer si ferma vicino ad un uomo in divisa, ha l’elmetto in mano e scuote la testa. Oltre il muro diroccato un altro soldato sembra riposarsi in terra ma ha gli occhi sbarrati e un rivolo di sangue gli esce da un orecchio. Un piccolo proiettile è penetrato attraverso il condotto uditivo per fermarsi nel cranio. Morte immediata. Dall’Hammer scendono due infermieri/soldato, caricano il morto sopra una barella, lo coprono e lo posano delicatamente sul mezzo. Il soldato si rimette l’elmetto e sale a fianco del suo collega morto. L’Hammer riparte raggiungendo un convoglio dove sono stati caricati altri morti. Viaggiano lentamente in mezzo a case distrutte. In prossimità di un gruppo di case, sopravvissute ai bombardamenti, rallentano un attimo. Un bimbo gioca tranquillo in mezzo alla strada. Si sposta. Il convoglio riprende la sua velocità originaria, il bambino lo guarda allontanarsi in mezzo alla polvere. E' solo e con un legno, che usa come fucile, insegue nemici immaginari. Dietro di lui una voce attira la sua attenzione. E' ora di il pranzo. Attraversa la strada, attorno a lui le case sono per metà distrutte, gli amici morti o fuggiti. Non riesce a spiegarsi come la sua casa sia ancora in piedi, due bombe l’hanno sfiorata senza esplodere, hanno lasciato solo dei buchi sul marciapiede quando i miliziani le hanno portate via. Molto probabilmentte ha ragione suo padre: questa casa è protetta da dio... In casa, oltre alla madre e al padre ci sono degli uomini con il viso coperto, parlano in fretta, sembrano eccitati. La madre non sembra contenta della loro presenza, il padre li ascolta attentamente, ad un loro cenno alza delle tavole del pavimento ed estrae un AK-47, un paio di scatole di munizioni e 4 caricatori. La madre prova a fermarlo. Il bimbo si è messo in disparte, non capisce cosa stia accadendo. Intuisce le preoccupazioni della madre e la determinatezza del padre, ma soprattutto è rapito da quell’oggetto "nato dal pavimento", un attimo prima lo immaginava nelle sue mani e ora era in quelle del padre. Forse un giorno ne avrà uno anche lui. Il padre si siede, appoggia l’AK-47 sul tavolo, prende i caricatori e le munizioni. Appoggia tutto sul tavolo. Si accorge della presenza del figlio, gli sorride mentre, diligentemente, inserisce le munizioni nei caricatori, quando ha finito prende del nastro isolante e nastra i caricatori in due coppie, la prima la inserisce nell’arma e l’altra la mette nella tasca del giubbotto. Si alza, bacia la moglie e il figlio, si copre il viso con una kefia, guarda la foto del padre sul muro di fronte a lui e si avvia all’uscita con gli altri uomini. Il primo uomo si blocca sull’uscio. Un specie piccolo blindato sta percorrendo la strada. Sta facendo una perlustrazione di routine in una zona considerata ormai tranquilla dopo la dura battaglia di qualche ora prima. Sul blindato il clima è rilassato, professionale, l’uomo del mitragliatore pesante si guarda intorno in silenzio, nessuno parla, la percezione di un rumore anomalo potrebbe salvare la vita. la radio gracchia, il sole si sta abbassando sull’orizzonte, se non fossero in mezzo ad una città distrutta dai bombardamenti e dalle battaglie sarebbe un bel tramonto. A qualche centinaio di metri di distanza la colonna di Hammer si staglia contro il sole. Al “presidio” un “cecchino”, come ogni sera, prende posizione sul tetto “dell’altana” e inizia a “spegnere” i lampioni attorno alla “caserma”, la mattina dopo qualcuno rimette le lampade ai lampioni. Aprendo la custodia del fucile pensa quanto sia strana la guerra, come sia strano che in un paese dove si ha dei problemi a procurarsi le cose più banali qualcuno riesca a trovare delle lampade di ricambio. Sono due mesi che ogni sera, alle 18, il comandante lo chiama e gli comunica l’ordine di spegnimento luci. Non gli dispiace spegnere lampioni, meglio che spegnere vite. Da bambino li spegneva con la fionda e ogni volta erano botte, ora lo pagavano, è strana la vita. Sul tetto “dell’altana” nessun rumore a parte il vento, sullo sfondo il buio del deserto. L'uomo sistema il trepiede al centro del tetto, monta il fucile non dimenticandosi del silenziatore, ha sempre odiato i rumori forti. Inizia a guardare con il cannocchiale/mirino la prima lampada da spegnere. Il laser segnala che l'ultimo lampione è a 1005 metri. Tara il mirino/cannocchiale. La lampada è al centro, il dito sfiora il grilletto. Puff. dopo qualche centesimo di secondo il lampione “suona” ma rimane acceso. Deve collimare meglio. “Ascolta la voce del vento” e cambia di poco la taratura, appoggia delicatamente il dito al grilletto. Puff. La lampada suona sorda e si spegne. Punta l’arma verso un altro lampione. Puff. Un'altra lampada scompare. Dopo 3 minuti la parte sud della via è al buio. Undici tiri 10 centri, non male. Ruota su se stesso, punta la canna del fucile verso l’ultimo lampione verso nord. Il laser segna 1015 metri. Tara il mirino/cannocchiale, “Ascolta il vento” e respira lentamente senza far muovere il torace. Sfiora il grilletto. Puff. La luce si spegne. Il silenzio lo avvolge, inquadra la seconda lampada nel centro del mirino, appoggia il dito sul grilletto. Si ferma. Sposta il dito dal grilletto e rivolge l’arma verso il basso. Il vento ha trasportato dei passi fino a lui. Guarda nel mirino/cannocchiale. Cerca più con le orecchie che con gli occhi la direzione dei passi. Delle ombre appaiono nel mirino/cannocchiale, attraversano la strada lentamente. Riconosce la sagoma degli AK-47. Non si scompone. Cerca di capire dove si dirigano. Si allontanano dalla zona di sicurezza, meglio così il suo compito questa sera è di sparare  alle lampade non agli uomini. Gli uomini scompaiono nel buio. Aspetta un minuto e riprende la sua linea di tiro originaria. La lampada è al centro della croce di riferimento, sfiora il grilletto. Puff. Spenta. Tre minuti dopo il buio completo si è impadronito della strada. 10 su 10 ha migliorato. Smonta l’arma, la rimette nella sua custodia, la mette in spalla e scende dal tetto dell’altana. E' ora di cena. Alcuni giornalisti guardano verso il "presidio", dalle finestre di un albergo, commentando lo “spegnimento rituale” di quella strada ai confini del deserto, ipotizzano di scrivere "un pezzo" dedicato a quello strano evento.  I pensieri sono accompagnati dalla cena, consumata al 12° piano in una sala panoramica che un tempo onorava il suo nome ma oggi mostra solo macerie e vita dura. Lo “spettacolo” dello spegnimento è finito, i più parlano della giornata appena passata ad un telefono satellitare, qualcuno si sta preparando per il collegamento con la stazione televisiva, altri scrivono un articolo sul portatile. In lontananza si scorgono le luci di una jeep militare che si muove lentamente nel buio. Dall’altra parte del mondo un uomo è seduto in una stanza ovale, di fronte a lui c’è una scacchiera con sopra delle pedine bianche e nere. L’uomo le sposta lentamente quasi al rallentatore, ne abbatte una bianca e due nere. Entra un generale, si ferma davanti all’uomo, lo guarda e con voce di circostanza dice: oggi sono morti 10 dei nostri, hanno decapitato due giornalisti, abbiamo bombardato un quartiere uccidendo 25 ribelli, 50 donne e 25 bambini. L’uomo lo guarda come se nulla fosse, prende una pedina bianca e l’abbatte dopodichè ne prende dieci nere e abbatte anche quelle, poi guarda il generale accenna un sorriso e replica: ho fame andiamo a mangiare.
postato da: dariocicchero alle ore giugno 26, 2007 23:57 | Permalink | commenti (6)
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martedì, giugno 26, 2007
Vi ricordate gli anni di piombo? non sapete cosa sono?

"cos'era il terrorismo? una scuola, tre testimoni e un ospedale"

all'aula magna delle Molinette si è svolto un incontro tra un liceo torinese e alcuni dei protagonisti dell'epoca come Caselli e Novelli.

altro video di tutt'altro argomento è:
sonno, sogno, scienza. perche' dormiamo e sogniamo?

una serie di interviste a dei "luminari del sonno"

uno spinoso argomento dibattuto in un convegno organizzato dalla commissione pari opportunità dell'ordine dei medici.

pari opportunita'. quali opportunita'?


perche' le donne medico sono pagate il 10% in meno
postato da: dariocicchero alle ore giugno 26, 2007 01:21 | Permalink | commenti (2)
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venerdì, giugno 22, 2007
6200 sono i lacrimogeni sparati a genova durante i fatti del g8...
postato da: dariocicchero alle ore giugno 22, 2007 01:49 | Permalink | commenti (2)
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venerdì, giugno 22, 2007
che si stia ammettendo qualcosa...
postato da: dariocicchero alle ore giugno 22, 2007 00:57 | Permalink | commenti (1)
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martedì, giugno 19, 2007
http://www.repubblica.it/speciale/2007/appelli/val_di_noto/index.html

Questo è un indirizzo importante, forse firmando l'appello si può salvare un patrimonio di tutti, perchè non provarci?


In difesa del Val di Noto


di ANDREA CAMILLERI

I milanesi come reagirebbero se dicessero loro che c’è un progetto avanzato di ricerche petrolifere proprio davanti al Duomo? Rifarebbero certo le cinque giornate.






E i veneziani, se venissero a sapere che vorrebbero cominciare a carotare a San Marco?


E i fiorentini, sopporterebbero le trivelle a Santa Croce?


I rispettivi abitanti che ne direbbero di scavi per la ricerca del petrolio a Roma tra i Fori imperiali e il Colosseo, a piazza De Ferrari a Genova, sulle colline di Torino, a piazza delle Erbe, a piazza Grande, lungo le rive del Garda?


Non si sentirebbero offesi e scempiati nel più profondo del loro essere?



Ebbene, in Sicilia, e precisamente in una zona che è stata dichiarata dall’Unesco “patrimonio mondiale dell’umanità”, il Val di Noto, dove il destino e la Storia hanno voluto radunare gli inestimabili, irrepetibili, immensi capolavori del tardo barocco, una società petrolifera americana, la “Panther Eureka”, è stata qualche anno fa autorizzata, dall’ex assessore all’industria della Regione Sicilia, a compiervi trivellazioni e prospezioni per la ricerca di idrocarburi nel sottosuolo. In caso positivo (positivo per la “Panther Eureka”, naturalmente) è già prevista la concessione per lo sfruttamento dell’eventuale giacimento.


In parole povere, questo significa distruggere, in un sol colpo e totalmente, paesaggio e storia, cultura e identità, bellezza e armonia, il meglio di noi insomma, a favore di una sordida manovra d’arricchimento di pochi spacciata come azione necessaria e indispensabile per tutti. E inoltre si darebbe un colpo mortale al rifiorente turismo, rendendo del tutto vane opere (come ad esempio l’aeroporto Pio La Torre di Comiso) e iniziative sorte in appoggio all’industria turistica, che in Sicilia è ancora tutta da sviluppare.


Poi l’inizio dei lavori è stato fermato, nel 2003, dal Governatore Cuffaro su proposta dell’allora assessore ai Beni Culturali Fabio Granata, di Alleanza nazionale, in prima fila in questa battaglia.


Ma è cominciato quel balletto tutto italiano fatto di ricorsi all’ineffabile Tar, rigetti, annullamenti, rinnovi, sospensioni temporanee, voti segreti, vizi di forma e via di questo passo ( ma anche di sotterranee manovre politiche che hanno sgombrato il campo dagli oppositori più impegnati).


E si sa purtroppo come in genere questi balletti vanno quasi sempre tristemente a concludersi da noi: con la vittoria dell’economicamente più forte a danno degli onesti, dei rispettosi dell’ambiente, di coloro che accettano le leggi. E i texani, dal punto di vista del denaro da spendere per ottenere i loro scopi, non scherzano.


Vogliamo, una volta tanto, ribaltare questo prevedibile risultato e far vincere lo sdegno, il rifiuto, la protesta, l’orrore (sì, l’orrore) di tutti, al di là delle personali idee politiche?


Per la nostra stessa dignità di italiani, adoperiamoci a che sia revocata in modo irreversibile quella contestata concessione e facciamo anche che sia per sempre resa impossibile ogni ulteriore iniziativa che possa in futuro violentare e distruggere, in ogni parte d’Italia, i nostri piccoli e splendidi paradisi. Nostri e non alienabili.

postato da: dariocicchero alle ore giugno 19, 2007 23:11 | Permalink | commenti (6)
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lunedì, giugno 18, 2007
Che bello rivedervi dopo tanto tempo, che bello rivederti dopo tanto tempo.
postato da: dariocicchero alle ore giugno 18, 2007 00:33 | Permalink | commenti (2)
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martedì, giugno 12, 2007
sparisco per un pochetto...

caterraduno arrivoooo.
postato da: dariocicchero alle ore giugno 12, 2007 15:43 | Permalink | commenti (4)
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martedì, giugno 12, 2007
finalmente ho trovato una radio di un tempo con la sintonia digitale, mo di sera sento la radio e sono felice senza la tv...
postato da: dariocicchero alle ore giugno 12, 2007 00:53 | Permalink | commenti
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domenica, giugno 10, 2007
dopo Humanitas un poco di "pari opportunità" anche nel mondo medico. i dati dicono che il futuro recente parlerà al femminile, ormai gli studenti donna futuro medico sono in aumento quasi esponenziale rispetto ai colleghi studenti uomo, sia nello studio "generale" che in quello specialistico. un servizio sul convegno "pari opportunità, quali opportunità". come al solito un cappello introduttivo e poi una serie di interviste, naturalmente la prima è quella della coordinatrice della commissione "pari opportunità" dell'ordine dei medici della provincia di Torino, poi due chiacchiere col presidente nazionale dell'ordine, poi l'unico presidente donna su 106 ordini provinciali (ordine di Gorizia), se ricordo bene l'unico vicepresidente donna di ordine (ordine di Padova), poi l'attraente(il fascino della divisa mo lo subiamo anche noi maschietti) capitano menbro della commissione pari opportunità, il presidente dell'ordine di Taranto che fa parte (se ho capito bene) degli organizzatori del convegno nazionale delle pari opportunità che si dovrebbe tenere a Caserta, e in fine una dottoressa delle Molinette di Torino, anch'essa membro della commissione.

ah il titolo: PARI OPPORTUNITà, QUALI OPPORTUNITà
postato da: dariocicchero alle ore giugno 10, 2007 00:04 | Permalink | commenti
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venerdì, giugno 08, 2007
Ore 10.45, entro nel palaoval dopo aver spiato i lavori di ripristino dal ponte del lingotto, l'interno è il paradiso dell'appassionato dei motori e delle due ruote; ci sono moto, bici, monopattini, moto d'acqua e un gommone, alcune strane panda e uno strano camion (credo da gara). Camper e motoroom si sprecano, le differenze tra un "privato" il piccolo team e la squadra ufficiale è decisamente evidente. Naturalmente dopo essere stato affascinato dalle squadre ufficiali con i meccanici, i motoroom, i camper mi "intenerisco" di fronte alla passione smisurata (per questo sport) dei privati che si girano l'europa (e il mondo "certe volte) con un camper organizzatissimo, la famiglia e il cane. si vede subito che la supermotard è la cenerentola delle gare motociclistiche, nulla a che vedere con la GP, ma neanche con la SB(superbike) abituate a budget milionari. qui si respira un clima di vera passione al di la dei soldi. Molto probabilmente la spesa di una "puntata" di moto GP copre tutto il campionato di supermotard (ora supermoto, ma a me piace il nome originale)e credo che ne avanzerebbero ancora. forse è proprio questo che mi piace di questa categoria, pur essendo un campionato del mondo è ancora fatto di passioni, sudore, meccanici-piloti e tanta tanta sana pazzia.



uff le foto le ho al lavoro...
postato da: dariocicchero alle ore giugno 08, 2007 00:13 | Permalink | commenti
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giovedì, giugno 07, 2007
pare (il condizionale in questi casi è d'obbligo) che il calvario di mia sore oggi sia terminato o quasi... io spero che non sia solo una specie di autoconvinzione causata da non so che, e che quando lo stronzo tornerà alla carica questa convinzione vada a farsi benedire... io intanto confido nel fornitore di cancelleria, un po' chiodo scaccia chiodo, in questo caso gomma cancella stronzo...

di sicuro per un poco ora inizierà la parte dura... nulla è perfetto in sto' mondo.
postato da: dariocicchero alle ore giugno 07, 2007 23:58 | Permalink | commenti
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lunedì, giugno 04, 2007
Nuovo filmato, (su " www.torinomedica.com ") dedicato ad un nuovo corso universitario denominato "Humanitas". è il primo corso universitario, in italia, dedicato al rapporto "umano" tra medico-paziente.
postato da: dariocicchero alle ore giugno 04, 2007 22:30 | Permalink | commenti (5)
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lunedì, giugno 04, 2007
Ore 10 arrivo al PalaOval del Lingotto. in teoria ci dovrebbero essere le prove ma in realtà la pioggia ha scombinato tutto. durante la notte un temporale di quelli seri ha fatto disastri e reso pericolosi alcuni punti del tracciato, allora, coscientemente, la direzione di gara e gli organizzatori hanno deciso di modificare il percorso. Essendo il circuito creato a doc hanno dovuto spostare monti di terra e ridisegnare la pista. saltano le prove e così mi perdo dentro il palaoval...



3° Puntata: Che ci fa una pista in piena città...



torino2

torino7

torino5
postato da: dariocicchero alle ore giugno 04, 2007 16:48 | Permalink | commenti (2)
categoria:le mie passioni
lunedì, giugno 04, 2007
sono ufficialmente autobattezzato Bradipogger avendo una frequenza bradipa nella pubblicazione dei miei post
postato da: dariocicchero alle ore giugno 04, 2007 16:35 | Permalink | commenti (1)
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venerdì, giugno 01, 2007
SuperMotard: è una moto molto particolare da usare ma anche molto divertente non solo da guidare anche da vedere correre e soprattutto da fotografare. Oggi le chiamano "supermoto", secondo me snaturando il nome originale che indica attraverso il termine "Motard" quel motociclista che si muove con ogni tempo, spesso in gruppo e che si dedica anche alla manutenzione della sua moto. Molto probabilmente il nome è nato perchè qualche pazzo Francese (la francià è il luogo dove è nato tutto) ha deciso di iniziare a fare delle corse con una moto "ibrida", una moto che ha la struttura da cross o enduro e le ruote da strada o meglio pista, inventandosi un circuito composto da un 70% di asfalto e un 30% di terra (più o meno), cosa che porta questi pazzi a fare salti e c. con delle belle gomme slikc sullo sterrato e affrontare l'asfalto a velocità folli e sempre di traverso. il tutto naturalmente è condito da motori con molti cavalli e tanta coppia.

2° Puntata:
Ma cosa succede li a sinistra...torino4

postato da: dariocicchero alle ore giugno 01, 2007 00:35 | Permalink | commenti (2)
categoria:le mie passioni