martedì, luglio 18, 2006
Lo so dovrei scrivere di tzunami, israele, i taxi selvaggi e non di calcio, sport che pure evito da spettatore, ma secondo me il calcio in italia da' una dimensione della società. Ieri sera ero a cena con delle persone e naturalmente si chiacchierava delle sentenze sportive di questi giorni. Io sostenevo che i giudici che avrebbero valutato l'appello avrebbero dovuto mandare la juve in C e il milan in B sopratutto perchè queste società si erano dimostrate arroganti come sempre non accettando un verdetto "addomesticato" per evitargli un danno economico maggiore. Voglio ricordare che i diritti televisivi di una squadra in C sono più bassi di una in B... Il neopresidente juventino ha rilasciato dichiarazioni per me sconcertanti, invece di un sano mea culpa dirigenziale, anche se la dirigenza era non era sua ha ribadito l'ingiustezza di una sentenza come quella, ha deto che non si poteva condannare così duramente una squadra che ha dato 8 titolari alla nazionale permettendo di vincere i mondiali... ma siamo pazzi? che cazzo centra questa cosa con un illecito sportivo così grave come quello che è uscito in questi mesi? Purtroppo ieri sera a questa cena ho avuto la conferma che molti italiani (non gli ultras ignoranti) trovano ingiusto per lo stesso motivo questa condanna. Ho sentito dire anche: ma in fin dei conti ha chi hanno fatto del male (moggi e c)... mica hanno rubato a noi... Questo mi ha fatto capire perchè oggi un de michelis è ancora deputato, mi ha fatto capire perchè una stefania craxi si permette di dire cose allucinanti e di voler far riabilitare suo padre (bettino) che ha sottratto più di un migliaio di miliardi (così furono le stime dei tempi se ricordo bene), ora capisco perchè si è permesso all'ottavo nano di governarci...
postato da: dariocicchero alle ore luglio 18, 2006 11:37 | Permalink | commenti (2)
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lunedì, luglio 10, 2006
ma mastella è impazzito a parlare di amnistia per il calcio causa meriti sportivi? oppure ho capito male io? cito il buon Ringhio-Gattuso che ha detto più o meno: il mondiale è una cosa quello che è successo in italia è un'altra cosa, niente amnistie e chi ha fatto illeciti è giusto che sia punito senza sconti. Ringhio dopo aver disputato un ottimo mondiale dimostra di essere anche un ottima persona, se nel calcio ci fossero più Gattuso e meno moggi & c non saremo vicini ad una sentenza unica nel suo genere, una sentenza che spero sia di massimo rigore, sopratutto ora che abbiamo vinto il mondiale. Ora il mondo, e non è un eufemismo, ci guarda e aspetta un gesto da italiani, tutti i giornali del mondo hanno inviati al processo che aspettano che la cosa si risolva a tallarucci e vino ora che si è vinto il mondiale, praticamente quello che considerano un gesto da italiani, io spero che per una volta vengano smentiti e che la giustizia sportia sia implacabile dimostrando che in italia qualcosa stà cambiando veramente e non solo a parole. Gli interventi di bersani per la "liberazione" delle licenze dei taxi e tutte le altre piccole cose (finalmente) di sinistra fanno ben sperare ma questa "cosa del calcio" che in un paese normale sarebbe marginale da noi è un segnale forte che può dire al mondo :si finalmente l'italia inizia ad essere affidabile...
postato da: dariocicchero alle ore luglio 10, 2006 03:49 | Permalink | commenti (2)
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sabato, luglio 08, 2006
Per chi non li conoscesse e amasse la musica decisamente particolare, jazzata, con testi anche "pesanti", "antichi" e "anarchici" e sopratutto per chi ama vedere degli ottimi musicisti dal vivo consiglio un gruppo che io reputo decisamente notevole e fuori dagli schemi. LES ANARCHISTES Gruppo italiano di sicuro conosciuto da chi frequenta la musica anche ai margini... hanno duedischi all'attivo e molti concerti alle spalle. per info e cd potrete visitare il sito: http://www.lesanarchistes.com
postato da: dariocicchero alle ore luglio 08, 2006 18:52 | Permalink | commenti (2)
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giovedì, luglio 06, 2006
Vorrei segnalare un gruppo spagnolo che ho conosciuto grazie alla dolce Grisù. grazie a lei ho conosciuto altri gruppi decisamente interessanti e ho iniziato ad ascoltare via internet o satellite(se sono da mia sorella) la radio tre spagnola che come tutte le radio tre del mondo è decisamente interessante (chissà perchè le radio tre hanno questa caratteristica). Il gruppo che segnalo oggi si chiama: "Ojos de Brujo" Grande commistione di musica moderna e tradizionale, ottime voci e un notevole lavoro in fase di registrazione. Un gruppo da sentire in cd e non in mp3 perchè la qualità e la cura delle registrazioni verrebbe in parte vanificata dall'mp3, almeno in cuffia se usate un mp3 e che sia un buon mp3. per chi vuole saperne di più, acquistare i loro dischi o sapere se passeranno dalle vostre parti esiste un sito ufficiale e altri siti sparsi dove troverete i testi delle canzoni e varie ed eventuali. il sito ufficiale è: www.ojosdebrujo.com i siti vari basta cercarli in rete.
postato da: dariocicchero alle ore luglio 06, 2006 01:47 | Permalink | commenti (5)
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martedì, luglio 04, 2006
«Io, il vero Basile» Con le sue dichiarazioni ha fatto luce sulle stragi di Falcone e Borsellino ma ha pagato con l'emarginazione sul lavoro.  Pare ormai che i casi di eroismo civile per essere conosciuti e consacrati debbano passare dagli altari televisivi. Così, la settimana scorsa, dagli schermi di Raiuno, l'Italia ha conosciuto la storia di Gioacchino Basile, operaio e sindacalista che denunciò le infiltrazioni mafiose nei Cantieri navali di Palermo, fintanto che la Commissione Antimafia dovette dargli ascolto. Gioacchino Basile sembra aver fatto del titolo televisivo “a voce alta” il proprio modus vivendi diventando, ancora una volta, un fiume in piena. Che non risparmia niente e nessuno. Signor Basile, come per Peppino Impastato, l’Italia ha saputo della sua lotta alla mafia grazie ad una fictiontv. L’epilogo è stato, per sua fortuna, differente. «Proprio come, e forse più, del povero Impastato, il sistema controllato dalla mafia che ha il volto delle istituzioni, ha cercato in tutti i modi di seppellire la mia storia. I peggiori nemici delle nostre storie erano la magistratura, esponenti delle istituzioni, partiti politici che si dicevano antimafiosi e progressisti, sindacalisti e potere economico statalista. Il povero Peppino Impastato, che certo in famiglia incontrò molte e più pesanti difficoltà rispetto alle mie, prima fu barbaramente ucciso e poi infamato con la calunnia terroristica. Io sono rimasto vivo perché, al contrario di Peppino Impastato, avevo la solidarietà e la partecipazione attiva nella denuncia pubblica di molte persone. Fino al ‘90 ero in grado di chiamare allo sciopero migliaia di lavoratori, per denunciare la presenza criminale all’interno dello stabilimento navale di Palermo. In quel periodo però Fincantieri, che donava monumenti antimafia, il sindacato e la Procura erano anche in grado di recitare un ruolo avverso alle battaglie di libertà». Ciò che viene maggiormente rimproverato a questo tipo di opere di finzione, è di privilegiare la trama a discapito del rispetto per la verità storica dei fatti. «Debbo confessare che la forte commercializzazione della fiction non mi è piaciuta. Essa contiene almeno il 90% di cose e personaggi (compreso quello di mio fratello) inventati, mentre mio padre era in realtà morto già da anni. Ho comunque accettato perchè l’ho considerata uno strumento per fare emergere la verità su Via D’Amelio. E’ bene però che si sappia che Fincantieri ha preteso di controllarla e di imporre tagli importanti: hanno tentato fino all’ultimo di non far andare in onda neppure questo prodotto che ormai risultava oltremodo annacquato e mutilato, delle sue verità. Quel mio amico saldatore, per esempio, che morì bruciato dentro la cisterna incendiata, non lavorava con la ditta, ma con Fincantieri e la sua famiglia non accettò alcuna intromissione perchè sapeva benissimo che Fincantieri non sarebbe mai stata condannata in sede penale e civile per quell’orrenda infamia. Per questo motivo accettò un risarcimento concordato, forse anche un posto di lavoro e non si costituì parte civile. E’ in questo modo che Fincantieri riuscì ad ottenere quella vergognosa “verità giudiziaria” contro il povero Raffaele Autieri nel processo per la sua morte». Il film-tv ha evidenziato il suo isolamento in ambito lavorativo e familiare, con l’eccezione del sostegno datole da sua moglie. Non ha mai avuto la tentazione di mollare tutto, di cedere ad un comodo silenzio? «Fatto salvo che i miei familiari non sapevano o facevano finta di non sapere delle mie battaglie, non sono mai stato un uomo solo, nemmeno quando poi ne hanno dovuto duramente prendere atto nel novembre del ‘90. Non li ho mai avuti apertamente contro, piangevano e mi imploravano affinché mi arrendessi, ma non mi hanno mai isolato né moralmente né economicamente. Se non fosse stato per il loro aiuto non avrei potuto reggere al bisogno di garantire una vita dignitosa alla mia famiglia. Dall’ottobre ‘94 fino al 28 luglio 1997 non lavorai quasi mai e comunque non a Palermo, dove gli imprenditori non mi davano lavoro. Sindacato e Cosa Nostra volevano fare di me un morto civile, indurmi ad un gesto disperato che mi togliesse ogni credibilità di fronte ai fatti. Una scena vera della fiction è stata quella che vedeva, all’indomani del mio licenziamento, la gente del quartiere e i miei compagni di lavoro venire a comprare le scarpe da noi per solidarietà! Anche la scena di quel signore che non conoscevo e che comprò un paio di scarpe da uomo, un punto più corti della sua misura, appartiene ai pochi fatti veri. Fra quegli operai ormai non esiste più alcun mio compagno di lavoro, è tutta nuova leva, ma quarant’anni fa i lavoratori, insieme al sindacato, scioperavano in massa contro Cosa Nostra. Venticinque anni fa, pur avendo contro la Cgil e tutto il sindacato, i lavoratori del cantiere navale si opponevano a Cosa Nostra nelle forme che ancora si ritenevano praticabili. Vent’anni fa, gli operai e più in generale i dipendenti Fincantieri, si unirono alla mia lotta contro la mafia e contro tutto il corollario di complicità e questo fino al giorno del mio licenziamento. La loro speranza fu definitivamente uccisa con la sentenza del 6 ottobre 1994, ottenuta da Fincantieri, grazie alle “mie difficoltà difensive” ma soprattutto grazie alle omissioni di atti d’ufficio da parte di Prefetti e Questori di Palermo. Nel mio sito web (www.gioacchinobasile.it) è allegata la relazione della Commissione Antimafia che spiega inequivocabilmente l’infamia che vide protagoniste le Istituzioni contro di me». Poco prima della strage di via D’Amelio, la sua vita si incrociò con quella del giudice Borsellino. Secondolei, fu proprio l’intenzione di Borsellino di portare avanti le indagini legate al suo caso a determinarne la morte. Una tesi molto pesante la sua... «Paolo Borsellino, dopo aver prestato servizio a Marsala, era da poco tornato alla Procura di Palermo, incontrando difficoltà a rapportarsi con quei suoi colleghi che oggi si battono per assumerne l’onore della guida. Dopo la morte di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino viveva solo per arrivare al movente e ai mandanti della strage di Capaci. Sapeva che bisognava trovare un movente importante ed il movente erano i grandi appalti: per fare quelle indagini Paolo Borsellino preferiva incontrare gli addetti della polizia giudiziaria fuori dalla Procura di Palermo dove non si fidava di nessuno. Con il nostro incontro, quella sera del 25 giugno 1992, misi nelle sue mani quella formidabile vena investigativa che entrava spietatamente dentro la parte peggiore, nel cuore di quelle Partecipazioni Statali che convivevano per motivi politici e strategici con Cosa Nostra. Oggi anche il capo della Direzione nazionale antimafia, Pietro Grasso, non potrà più dire di non sapere. Abbiamo lavorato bene a Roma quel giorno al termine del quale gli dissi che in assenza di risposte chiare, non mi sarei fermato. Fin da adesso posso affermare che sarà difficile per la magistratura superare questo dolorosissimo scoglio, perchè il problema è politico. Per questo motivo mi appello alla gente del mio Paese e pongo loro una domanda: vi siete chiesti perchè nessun politico del centro sinistra, dell’area riformista e democratica, del sindacato, degli antimafiosi di professione che ben conoscono la mia storia non hanno speso una parola sulla mia storia e sulla mia richiesta di verità su via D’Amelio, da loro conosciuta da circa 4 anni?». Prima le ritorsioni e gli attentati subiti, poi la necessità di lasciare la sua Palermo con famiglia al seguito, per entrare nel programma di protezione testimoni.La domanda è la stessa che si pone quando si pensa ai tanti martiri di mafia: ne è valsa la pena? «Quando il 28 luglio del ‘97, per mettere al sicuro i miei figli, fui costretto a lasciare la mia casa, quando noi tutti, Gioacchino, Rosy, Francesco Paolo, Marianna e Caterina, fummo costretti violentemente ad archiviare per sempre le nostre storie, la nostra vita, mi posi pesantemente questa domanda. Grazie alla loro tenacia, al loro amore e alla loro forza d’animo, pensavo che forse ne valesse la pena. Avevo visto il punto debole dell’infamia criminale e dei suoi accoliti e speravo che da lì a poco la giustizia si sarebbe finalmente fatta largo. Fu però sufficiente solo qualche mese per rendermi conto ancora una volta di come le cose si stessero predisponendo in favore di quella mafia che ha il volto delle istituzioni. Con l’uscita di scena del Dottor Luigi Patronaggio, sapevo già che gli errori di quella Procura si sarebbero ripetuti, ma non pensavo che si potesse arrivare all’epilogo documentato dalla storia processuale. Non potevo sapere infatti che sarebbe rientrato nella “partita ad una porta sola” quel magistrato, che si fregia di esser stato amico di Paolo Borsellino e che mi ascoltò verbalizzando i fatti di cui avevo portato a conoscenza il nostro eroe. Al Procuratore nazionale antimafia basterà solo leggere quel verbale, datato 16 luglio 1992, in questo modo egli ben comprenderà se Gioacchino Basile va sopra le righe e rasenta la calunnia contro qualcuno, o se sia quel qualcuno a dover spiegare il suo comportamento di quel giorno e poi anche gli altri assunti successivamente». Come procede ora la sua vita da collaboratore dello Stato? «Anche questo è un gioco che mi è stato imposto, sapendo che non ho altre alternative di lavoro. Diciamo che loro giocano ed io mi guadagno mille euro al mese: gli unici studenti che ho incontrato sono quelli di una scuola di Bari, nella quale mi portò, nel 2003, l’allora sottosegretario agli Interni ed oggi senatore, Alfredo Mantovano. Solo grazie alle insistenze di Mantovano mi hanno poi rinnovato, ma per soli tre mesi, un contratto con l’incarico di scrivere alcune cose per i ragazzi delle scuole ma, ed ecco che si sta consumando l’ultima parte della sceneggiata, non mi hanno ancora indicato cosa vogliono che scriva per loro. Forse è meglio così, sono stanco di tanta ipocrisia. Il buon Dio provvederà diversamente per i mille euro al mese. Ora so quanta poca dignità ha chi si nasconde dietro la menzogna. Oggi so che uscirò a pezzi da quest’ultima battaglia, ma so anche che alla fine la mia vita avrà avuto un senso».

luca insalaco
postato da: dariocicchero alle ore luglio 04, 2006 01:50 | Permalink | commenti (1)
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