venerdì, ottobre 29, 2004
Questo è un delirio notturno di sicuro è pieno di errori grammaticali, lessicali e di battitura, dev’essere anche pieno di concetti contorti e difficilmente dipanabili, ma siccome mi è scaturito delle 4 in avanti e in queste ore è il cuore a scrivere perciò non verrà corretto. Vi permetto di ridere degli errori fatti e spero che i concetti nonn siano troppo contorti per essere capiti e non fraintesi.domani gli darò una sistemata, per ora potete vedere un mio scritto in versione non corretta, un vero scritto di getto.

Qualche settimana fa una amica a cui tengo moltissimo mi ha “accusatoù2 di non volere figli, naturalmente non era riferito a lei era un parlare generale non voleva figli da me. Di accusato in modo bonario, il tono mi sembrava più una accusa che una considerazione (naturalmente era una mia sensazione, mi era sembrata una “accusa” bonaria, un po’ provocatoria), la cosa un po’ mi ha colpito, mi ha fatto pensare seriamente alla cosa, in quel momento non risposi anche perché non avevo risposte.
Ora dopo quasi un mese di pensieri (non tutti ma molti dedicati all’argomento) forse una qualche risposta a quella “accusa” l’avrei. Compirò 40 anni il 7 aprile del prossimo anno e mi sembra ieri 15enne che pensavo a come sarei stato a 40 anni, cosa avrei fatto per vivere, se avrei avuto una familia, se sarei stato ancora vivo e in che condizioni. Mi guardavo intorno, guardavo i 40enni deii tempi, i 40enni degli anni 80’. Non riuscivo ad immaginarmi come loro, li vedevo “grandi”, distanti da me, tutti sistemati, con una famiglia, inquadrati in un sistema che avevano combattuto. No non mi vedevo come loro. Le donne appesantite dagli anni e dai figli, già signore, molto mamme e non più donne, ai tempi una quarantenne “si teneva bene” e con quell’aggettivo erano in poche, persino le attrici non erano molte a tenersi bene a quarantanni. Gli uomini erano dei “signori attempati” si diceva anche di loro: be ha quarant’anni non li porta affatto male, gioca ancora a tennis.
A quarant’anni eri arrivato lavorativamente parlando, avevi il tuo posto fisso e magari iniziavi a pensare alla pensione, noi ragazzi 15enni pensavamo ad un quarantenne come ad una persona “arrivata”. Si diceva anche: ha fatto un figlio a 40anni gli farà da nonno. Per me il 40enne era una persona molto molto distante. A pensarci oggi mi sembra che siano passati cent’anni. Oggi non so se perché li ho o perché è veramente cambiato molto essere 40enne dai tempi, non mi riconosco affatto in quel 40enne che vedevo allora. Oggi non direi mai che se un 40 enne fa’ un figlio sarà suo nonno, forse perché conosco e vedop un sacco di sesantenni giocare a tennis, fare sport, avere una vita piena, cosa che ai tempi effettivamente erano in pochi a fare a 60 anni. Forse perché mi rendo conto che potrei avere anch’io un figlio a 40/42 o anche 45 anni (mio padre fece mia sorella a quasi 50 anni, poi ci morì a 50 anni e 7 mesi, cose che capitano) o forse a parte qualche acciacco mi rendo conto o meglio non mi sento così “grande” come consideravo “grande” un quarantenne nel 1980. come al solito la sto prendendo larga. Dicevo “l’accusa” bonaria fattami mi ha fatto pensare e pensare, non al perché non ho figli oggi ma se è vero che io figli non nevoglia veramente. Se tornassi indietro ai miei 30 anni potrei dire si non ne vorrei di figli e in parte credo fu uno dei motivi perché Sandra mi lasciò (sandra è stata il mio primo amore), lei di figli ne voleva come avrebbe voluto un matrimonio con tutti i crismi, io anche su quello non ero d’accordo ma questa è un’altra storia. Io ai miei trentanni di sicuro non avrei voluto figli per molti motivi, il maggiore era legato alla mia completa insicurezza, economica e di vita, non me la sentivo di fare il padre di essere un esempèio per un frugoletto che ti guarda come un “eroe”, io non ero un eroe e credevo (forse a ragione) di non avere possibilità di essere un buon padre, mi sentivo troppo simile alla storia della mia vita, di mio padre. La scusa principale usata con Sandra era: col mio mestiere non starei abbastanza con i miei figli rischierei di essergli estraneo come in parte lo è stato mio padre per me, non voglio far subire ciò che ho subito io.
Questa scusa è la tipica scusa da figlio di genitori separati che ha sofferto la separazione e tutto il divenire della situazione. Io già imputavo a questa cosa (la separazione dei miei e tutto ciò che ne derivò, magari un giorno ne parlerò) la maggior parte dei miei guai sentimentali, e sopratutto che la mia prima “vera” ragazza e il mio primo rapporto sessuale arrivarono a 27 anni dandomi una collocazione sessuale(cosa di cui non ero pienamente sicuro), almeno fino ad oggi tra gli eterosessuali, domani chissà (dico così perché ho imparato che nella vita nulla è sicuro ma tutto è mutevole). Perciò io a trent’anni mi nascondevo dietro una scusa per certi sensi anche plausibile ma in contrasto con mio fratello che aveva vissuto anche lui la separazione e ciò che ne derivò; mio fratello si sposò a vent’anni e fece il primo figlio a 23, e oggi è ancora una gran bella famiglia la sua, due figli e una moglie che è con lui da 30 anni a dicembre (25 di matrimonio e 5 di fidanzamento).
Io a questa sacrosanta obiezione rispondevo con una sacrosanta risposta (almeno dal mio punto di vista di allora) dicevo che lui la separazione l’ha vissuta a un età diversa e in un periodo diverso della sua vita, mio fratello è cresciuto subito, si è sviluppato presto a 13 anni usciva con gente di 18 venti e aveva fidanzate di quell’età dimostrando 18/20 anni, alla fine delle medie era alto 1.72 (ora continua ad essere alto così) e ad avere una maturità diversa dai suoi coetanei molto probabilmente anche per la situazione di stress che c’era in casa e di sicuro anche per carattere, credo non si sia mai fatto una canna pur stando in mezzo a gente che di canne se ne fece molte e poi non si fermò li(più del 50% dei suoi amici dei tempi è finita in comunità) i miei amici di infanzia poi batterono i suoi amici ma anche questa è un’altra storia (nei miei amici di elementari e medie si arrivò anche al 70% in comunità, alcuni morti e molti in gabbio anche per cose molto gravi come concorso in omicidio di un taxista o rapine varie). Torniamo alla mia risposta, io dicevo appunto che lui la visse in modo diverso e che avevo notato in altri casi da me incontrati che i figli dei separati reagivano o come lui, sposandosi presto e facendo figli, o come me evitando entrambe le cose, risposta molto plausibile e in parte forse anche vera bisognerebbe chiederlo a uno “pisicologo” o ad un “pisichiatra”, soprattutto era plausibile per me e questo mi bastava, poi un evento tragico mi spinse a rafforzare la mia idea sul non figliare, morì un mio amico aveva 39 anni e un figlio di 12, e dopo aver visto la disperazione di quel bimbo aggiunsi una scusa fondamentale la mia non eternità e la paura di lasciare i figli senza un padre troppo presto. La morte di quel mio amico cambiò molto la mia vita o almeno cambiò molto la mia concezione della vita, capitò in un periodo nero per tanti motivi, mia madre che non voleva riprendersi dal suo esaurimento che cercava di annientarsi, si era lasciata andare, dovevo imboccarla a forza per farla mangiare, mettere sul vasino come i bimbi ecc… non riuscivo a lavorare molto un po’ perché stavo dietro a lei un po’ perché mentalmente non ci stavo proprio, e la morte di questo amico fu una mazzata notevole, al punto che sentii molto di più la sua morte che quella di mia madre che avvenne 10 mesi dopo. Anche la situazione con mia madre mi allontanava dalla voglia di avere figli se avessi potuto, pensare di essere di peso in qualche modo a un figlio mi faceva allontanare anni luce da quell’idea, la cosa buffa è che in un certo senso ho sempre pensato che sia stata la molla della morte di mia madre, era un suo pensiero fisso quello di rischiare di diventare un peso per me e mio fratello, lei non voleva essere come sua madre che per molti anni ha fatto diventare pazzi i figli lei compresa, io mi ricorderò che un giorno per scuoterla un po’, non sapevo più cosa fare, le dissi: mica vorrai diventare come la nonna? Dai riprenditi. Dopo neanche un mese morì. Ma anche questa è un’altra storia.diciamo che a 32/33 anni io pensavo sinceramente di non volere figli, per tutti i motivi legati alla mia vita, per paura di non essere all’altezza di dargli un vero futuro. Come sempre a quell’età non avevo nessuna intenzione di vivere con una fidanzata la trovavo una cosa sbagliata per me, non in generale, ma per me, a me faceva piacere vedere le coppie che funzionavano, mio fratello in testa, mi davano la speranza che qualcuno poteva essere felice in una situazione famigliare, non ho mai provato risentimento per chi ci riusciva anzi ho sempre ammirato queste persone, queste situazioni per me rare anche se penso che non siano così rare come i media ci vogliono far credere, ma anche questa è un’altra storia. Poi arrivarono i 34 anni e i 35, conobbi la Tessa, un amica di un mio amico di Firenze. Ci si vide la prima volta che scesi a firenze a trovare questo mio amico. Stavano preparando uno spettacolo, lei era la regista e la “capa”della compagnia teatrale. Dopo le prove si finì in un pub dove l’avevo seduta di fronte a me, la trovai interessante niente più, poi tanto non pensavo di frequentare firenze così spesso da farmici addirittura una fidanzata e poi a lei sicuramente non potevo interessare. Invece dopo un mese si iniziò un rapporto di lavoro, e poi dal lavoro il rapporto divenne affettivo e li mi successe qualcosa che mi fece capire una cosa fondamentale di me e delle mie paure e considerazioni della vita a due. Un mese dopo che si usciva insieme se lei mi avesse detto -ti va di andare a vivere insieme?- io avrei risposto si. Una risposta che non avrei mai dato a Sandra neanche dopo 5 anni. Se lei mi avesse chiesto -facciamo un figlio- io avrei risposto si. La cosa in un primo momento mi lasciò perplesso, io che ero in un certo senso la negazione della famiglia ora l’avrei messa in piedi con una persona con cui stavo da un mese o poco più. Poi la storia finì, poco dopo che le dissi che a settembre mi sarei trasferito a Firenze (ora sapete anche perché sono in questa città, mi lasciò nel momento in cui io avevo ormai spostato la vita lavorativa a Firenze senza dirglielo per fargli na sorpresa, la fece lei a me, capita). Finì anche la mia voglia di famiglia e figli, ritornai in parte indietro sui miei passi, il concepire una convivenza ormai era entrato in me, dopo la storia con la Tessa non avevo più paura di dividere una parte della mia vita a pieno con qualcuno, non era una cosa necessaria naturalmente ma se una relazione fosse arrivata al punto dal pensare alla convivenza non ne sarei fuggito ma avrei valutato la cosa positivamente, però la “voglia” di figli era passata quella non la consideravo possibile, avevo aggiunto anche la scusa età dopo la storia con la tessa. Dopo sei mesi che era finita con lei avrei detto che la convivenza la concepivo ma i figli no. Poi la “paternità” uscì dai miei pensieri, di sicuro in caso di discussioni sull’argomento non avrò mai dato ad intendere di avere senso paterno o voglia di paternità e questo molto probabilmente ha spinto a credere che io non volessi figli, una convinzione che ho avuto anch’io fino a quando non ci ho ripensato 5/6 mesi fa quando un mio amico d’infanzia nato il mio stesso giorno ma un anno prima mi ha chiamato per annunciarmi la nascita della sua seconda figlia. Ho avuto un attimoo d’invidia quasi, e una contentezza per lui molto grande, la cosa un po’ mi stupi. Passai una settimana in cui i miei pensieri tornarono a lui, alla mia piccola invidia, e alla felicità che provavo nell’immaginarlo con la faccia raggiante al momento del parto della sua ragazza. In quella settimana ho capito che per anni ho nascosto con delle scuse una verità fondamentale (per me naturalmente, le verità sono sempre molto personali) il mio stare “a debita distanza” dai figli e dall’eventualità di una convivenza era data solo dal non avevre vicino la persona che io consideravo giusta. Sarà una banalità, retorica oo quello che volete, ma io capendo che dipende solo da con chi si sta la voglia di vivere insieme e di fare dei figli ho capito che il mio non è un problema di incapacità paterna ma solo un bisogno, il bisogno di stare bene con qualcuno per fare dei passi importanti per la propria vita, la vita del partner e dei figli. Oggi mi sento di dire la più grossa banalità del mondo: se trovassi la persona che io ritengo giusta, la persona che io sentirei di amare veramente un figlio lo farei subito senza pensarci molto.
Molto probabilmente farei un atto “incosciente” anche perché non avrei bisogno di anni per deciderlo, nel momento che ci convivessi da un po’ anche solo pochi mesi (il che vorrebbe dire che ne sarei innamorato) sarei disponibile di fare dei figli insieme.
La vita è strana, ciò che fino a ieri sembrerebbe un’eresia nell’oggi è una verità, ma se non fosse così se fossimo sempre attaccati alle nostre convinzioni senza darle possibilità di evolversi verso qualcosa di diverso e forse più maturo o immaturo saremo solo delle pietre inchiodate nella terra con poche possibilità di andare da qualche parte, saremo solo deglii esseri statici.
Questo mio delirio su figli e famiglia lo dedico a Giorgia e Peppe e al loro futuro o futura frugola/o, augurandogli tutto il bene del mondo e dintorni. Lo dedico anche alla dolce amica a cui tengo tanto tanto (anche se ho paura che non leggerà questo post), perché con la sua “accusa” bonaria mi ha fatto ripensare ai figli e alla famiglia aiutandomi, non immagina quanto, a iniziare a superare un periodo non bellissimo della mia vita, grazie anche per avermi fatto pensare scrivendomi in modo sincero e diretto. Un grosso abbraccio a te mia dolce amica.
Un abbraccio stretto stretto, Dario
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 29, 2004 06:23 | Permalink | commenti (6)
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mercoledì, ottobre 27, 2004
-La vita ci riserva sempre delle sorprese- stava pensando il cameraman -una vita a inseguire guerre, a raccontarne le atrocità per rendermi conto dell’impossibilità di raccontarle veramente, neanche con un milione di immagini.-

Il cameraman viaggiava su una jeep, il suo obbiettivo perlustrava il paesaggio, un paesaggio diverso da altri anche se sembrava uguale, la differenza era insita nella diversità di questa guerra, nessuna guerra era come questa, il Libano, la Palestina, la Yugoslavia, nulla ricordava questa guerra neanche i racconti sul Vietnam dei suoi colleghi più anziani. Attorno a lui la cortina di sicurezza sembrava una burla, niente, neanche quel convoglio in cui erano inseriti era al sicuro, erano sempre e ovunque possibili bersagli. Mai in nessuna guerra il rispetto per i civili era stato dimenticato, da ambo le parti, come in questa guerra, mai in nessuna guerra queste parti si “incastravano” fra loro, neanche nei conflitti in Somalia o in africa in genere i confini tra le parti erano così labili e mutevoli. Non voleva essere li, ma non avrebbe voluto non esserci, non avrebbe voluto esserci come “organo ufficiale” ma come sempre aveva fatto, avrebbe voluto essere li come freelance, ma in questa guerra ai freelance si spara, non li si difende, li si picchia, gli si rende la vita difficile, troppo pericolosi, troppo liberi e poi in questo periodo era sotto contratto ad una televisione, lo era per bisogno e pigrizia, a 45 anni e con una famiglia alle spalle era la cosa migliore essere sotto contratto con una major, lavoro sicuro in tutti i sensi anche in zona di guerra se solo fosse stata una guerra “normale”, ma quella non era una zona di guerra normale. Per la prima volta in più di 20 anni si sentiva un vero bersaglio, sarà stato colpa della divisa impostagli, di quel inquadramento militare dato ai giornalisti “ufficiali” o il viaggiare in mezzo ad una colonna militare. Aveva sempre avuto paura nelle guerre in cui era stato nella sua vita e ne aveva viste tante, troppe, ma non aveva mai avuto la sensazione di essere un bersaglio, un intruso. In tutte le guerre quelle scritte press o TV sull’auto davano la sensazione di immunità anche se non era sempre reale, si ricorderà sempre del cecchino di Sarajevo, un colpo dritto alla telecamera mentre riprendeva dei bimbi saltati su una mina mentre giocavano, il proiettile vagò sicuramente alcuni secondi nell’aria prima di colpire la sua telecamera, l’impatto fu terribile, il guscio della camera, da poco realizzato in materiale molto leggero ma praticamente a prova di proiettile, fermò quella pallottola partita da una distanza di almeno 2 km, laggiù dove c’erano le prime case, l’impatto spinse con violenza la telecamera contro il suo viso spaccandogli la mascella e lo zigomo, facendolo volare a terra a quasi due metri di distanza dall’auto con la scritta TV, svenne e quando si svegliò era in una tenda e un dottore lo stava medicando. Non riusciva a parlare ma era vivo, la telecamera distrutta ma la cassetta miracolosamente salva con un buco perfettamente in centro ma salva. Neanche quella volta ebbe la sensazione di essere un bersaglio. In mezzo ai blindati e agli elicotteri si sentiva meno sicuro di quando vagava per le strade di Sarajevo, dove i cecchini disegnavano facce sorridenti sui cartelli stradali posti anche a 3/4 km dalla loro postazione. Era l’odio stimolato da questa guerra a preoccuparlo, l’atteggiamento assurdo dei comandanti, il bombardare le città piene di civili sperando nel sostegno della forza “occupante” da parte dei civili bombardati, aveva paura dell’ottusità militare. -Eppure avrebbero dovuto imparare le lezioni subite dalla storia questi comandanti, il Vietnam, l’Afghanistan, non possono pretendere il sostegno della popolazione se gli sparano, li bombardano, ma come fanno a non capirlo- stava pensando il cameraman mentre il suo teleobbiettivo inquadrava della polvere turbinare nel deserto. Gli faceva paura anche la dissennatezza di chi diceva di resistere all’occupante, in tanti anni di guerre non gli capitò mai di vedere così tanti attentati uccidere le popolazioni civili, quella stessa popolazione che i cosiddetti resistenti avrebbero dovuto liberare, per la prima volta nella sua vita vedeva il disprezzo della vita dei civili da ambo le parti, per colpa di bombardamenti e di auto bomba in questa guerra le morti dei civili erano altissime, nessuno era al sicuro, certo anche in altre guerre i civili morivano, ma neanche la guerra in Palestina e gli attentati in Israele erano paragonabili a questa situazione. Si era aperta un era dove la guerra non aveva più “regole”, dove la cosiddetta resistenza era alla stregua degli occupanti se non peggio a volte. No, non voleva essere li, almeno non sarebbe dovuto essere li come “organo ufficiale” obbligato a far vedere delle vittorie, false vittorie o a documentare perdite trascurabili, ma trascurabili per chi, si era sempre chiesto ogni volta che i generali davano quella definizione della morte di pochi soldati, la morte non era mai trascurabile per come pensava lui. Era lì anche se non avrebbe voluto esserci almeno esserci così da “libero giornalista ufficiale”, ma con sulle spalle 45 anni e una famiglia cosa avrebbe potuto fare? Avrebbe dovuto rifiutare l’ingaggio più alto della sua vita, in fin dei conti lui era un semplice tecnico, non un paladino della libertà, uno di quei giornalisti senza compromessi che aveva ammirato in tanti anni di attività, lui era un operatore di cui nessuno sapeva niente, un nome tra i tanti nei titoli di coda, uno di quei nomi mai letti, a volte sbagliati o sostituiti con un altro, uno “assunto” non un cane sciolto come era sempre stato lui. Rifiutare sarebbe stato stupido.

Il “suo” giornalista era li al suo fianco, la divisa pulita e in ordine, la pistola nella fondina. Come un buon soldato il giornalista aveva richiesto la pistola, quando fece quella richiesta il cameraman lo guardò stupito, non gli era mai capitato di incontrare un giornalista con la pistola a parte naturalmente i “finti giornalisti” dei vari servizi segreti dei vari paesi del mondo. Al suo fianco c’era il prototipo del giornalista amato da qualsiasi amministrazione mondiale, lo scribacchino di articoli copiati dalle agenzie dell’informazione “militare”, quel giornalista a cui puoi dire: questo si, questo no, questo aspetta un attimo poi ti dico se puoi pubblicarlo.

Il cameraman iniziava a sperare in un attaccato alla colonna, non per fare immagini sensazionali, tanto sarebbero state in qualche modo adattate alle esigenze di stato, ma per “testare” quel supergiornalista all’opera, gli sarebbe piaciuto vedere come quell’arma associata a quella divisa dopo e ai tre mesi di addestramento avrebbe reagito al primo sparo, avrebbe voluto vedere l’efficiente uomo di spettacolo super addestrato alle prese con la sua arma tanto desiderata, lo avrebbe voluto vedere distante dal comodo albergo in una situazione difficile. Il cameraman era riuscito ad evitare l’addestramento grazie alla sua oltre ventennale esperienza di guerra e a un compromesso con la tv per cui lavorava, sarebbe partito solo se gli evitavano quella cosa ridicola e siccome era il più accreditato per quel lavoro accettarono. Il sole stava scendendo basso all’orizzonte colorando in modo spettacolare l’aria intorno a loro, la radio della jeep iniziò a parlare, l’autista aumentò l’andatura, tutta la colonna aumentò il passo. Il cameraman continuava a scrutare il deserto al suo fianco, aveva alzato il db della telecamera di una tacca per vederci meglio, la tv gli aveva fornito un’attrezzatura favolosa, telecamere sofisticate perfino un paio all’infrarosso, per la prima volta non aveva la sua amata “bambina”, quella telecamera che gli salvò la vita a Sarajevo, per la prima volta non rischiava la sua attrezzatura e aveva abbastanza pezzi di ricambio per costruirsene tre di telecamere per non parlare del numero di cassette. Aveva perfino un assistente e un aiutante addetto all’attrezzatura, tutti rigorosamente “inquadrati” con le loro belle divise, i loro giubbetti antiproiettile con tante tasche per le batterie e le cassette, gli elmetti in kewlar, l’intensificatore di luce e il corso di tre mesi completamente espletato. Il sole scivolò verso un mondo posto al di sotto del deserto, il convoglio ormai scorgeva le deboli luci della città, il cameraman posò la telecamera “diurna” e prese quella “notturna” agli infrarossi, anche l’autista e il passeggero al suo fianco indossarono i loro intensificatori di luce, naturalmente il giornalista e i due assistenti li imitarono come avevano diligentemente imparato nel corso di tre mesi, la colonna avanzava ad alta velocità con i fari spenti, il cameraman continuava a cercare qualcosa di interessante nel suo obbiettivo ma di fronte a lui solo deserto e materiale bellico distrutto, nulla di nuovo da quando era arrivato all’aeroporto, in quasi sei ore di viaggio non aveva incontrato altro.

Il giornalista attira l’attenzione del cameraman sulle luci della città e gli “ordina” di riprendere l’entrata in città, così con quelle immagini potrà aprirci il pezzo per la tv. Gli ordina anche di riprendere i due militari che li stanno guidando in questa folle corsa al buio -sono immagini che piacciono alla gente- dice con saccenza, il cameraman lo guarda come se guardasse un perfetto idiota ma l’altro ha già girato il volto e non se ne accorge.

Eccoli in città, è deserta, le luci dei lampioni sono accese sporadicamente, il silenzio è pesante, il giornalista sta recitando la sua litania per il mondo dei suoi telespettatori -eccoci finalmente in città, il viaggio è durato più di sei ore in cui le nostre forze armate hanno vegliato sulla nostra incolumità. Il viaggio avrebbe presentato non pochi rischi se le nostre forze armate non avessero bonificato sapientemente e chirurgicamente la zona, colpendo in vari giorni di bombardamenti le sacche di ribelli fiancheggiatori del regime antidemocratico- il giornalista guarda interrogativo il cameraman -che ne dici figliolo, è incisivo?- il cameraman non risponde, non ne ha voglia non vuole farsi cacciare il primo giorno di lavoro, ha una famiglia a cui pensare, si limita ad abbozzare un sorriso. Il giornalista compiaciuto ricomincia con la sua litania, il cameraman continua a scrutare la notte nel suo viewfinder.

L’autista annuncia che tra 10 minuti si sarà in albergo, la tensione del viaggio sta per finire, il cameraman sta scrutando il tetto di un edificio ha notato del movimento, stringe lo zoom e nota tre uomini in piedi, nessuno nell’auto sembra essersi reso conto di quei uomini. Sembrano tre persone che si godono il paesaggio notturno da un balcone, la radio gracchia ma nessuno parla, la strada di fronte a loro è libera a parte i tre mezzi blindati che li precedono, l’autista annuncia che al fondo della strada si svolterà a sinistra e dopo 300 metri saranno in albergo, è felice perché è stato un viaggio tranquillo. Il cameraman attiva la registrazione quasi inconsciamente, i tre uomini non si sono mossi sembrano delle statue, sono ancora molto distanti e nella notte si perdono i volti, per ora sono tre piccole ombre. Il convoglio rallenta, diventa lentissimo come se avesse paura di svegliare qualcuno, sembra cammini in punta dei piedi, gli uomini nel mirino del cameraman sono immobili e guardano la strada, la radio gracchia una seconda volta ma nessuno parla, il giornalista ha smesso di declamare la sua litania, l’autista e il suo vicino sono diventati di colpo silenziosi sembrano tesi, anche gli assistenti si sono irrigiditi come se sentissero un pericolo, il cameraman continua a filmare quelle ombre sul tetto, ora sono più riconoscibili, sono due uomini e una donna almeno sembra una donna con il velo, il convoglio viaggia a passo d’uomo, l’elicottero che li ha scortati fino alla città sembra scomparso. Le tre figure continuano a stare ferme, ormai saranno a 500 metri dal convoglio, il giornalista domanda perché hanno rallentato, l’autista non risponde, la radio gracchia e questa volta manda un segnale di attenzione. Il giornalista si innervosisce e fa’ domande ai due militari, non rispondono, il giornalista insiste, il militare “passeggero” gli ordina di stare zitto, di non parlare, potrebbe essere pericoloso, intanto nel mirino della telecamera le tre sagome sono diventate distinguibili molto bene, sul tetto ora riesce a riconoscere una donna, un uomo e un anziano, sono li immobili sembrano aspettare un comando per muoversi. La colonna è a 200 metri dall’incrocio e dal tetto. Il cameraman continua a riprendere quelle persone, può vederne gli sguardi, i visi sono rilassati quasi sorridono, i due uomini hanno le braccia conserte, la donna ha le braccia vicino al corpo e sembra tenere qualcosa nel braccio destro verso l’angolo del tetto, il cameraman non riesce a capire cosa abbia in quella mano il bordo del tetto non gli permette di vederlo. La radio gracchia di nuovo e una voce ribadisce l’ordine di attenzione, la tensione aumenta, ora anche il cameraman ha il fiato sospeso, inizia a pensare ai tre sul tetto e al possibile rischio di un benvenuto “esplosivo”. La colonna è quasi a 100 metri dall’incrocio e dal tetto, i tre continuano ad essere immobili, il convoglio è quasi fermo, anche il vento non “suona” più, nell’aria si percepisce solo il rumore lontano di un elicottero. Ormai il cameraman riesce a vedere nettamente i visi delle tre persone, sono sorridenti e per nulla minacciosi, non è ancora riuscito a capire che ci facciano li sopra, e soprattutto non capisce cosa tenga la donna nella mano destra. Il convoglio si ferma, la radio insiste con l’ordine di attenzione, il rumore dell’elicottero si fa più forte, la tensione nella camionetta è palpabile, il giornalista si è messo l’elmetto e si è accucciato tra i sedili, prega, anche i due assistenti si sono rannicchiati tra i sedili e pregano, il cameraman è sempre con l’occhio nel suo mirino, continua a guardare quelle figure, la colonna è ferma da 30 secondi. Il cameraman vede la donna abbassarsi per prendere qualcosa, nella jeep risuona un ordine secco: Fuoco!!! Si sente un fischio arrivare dalle spalle della colonna, il cameraman vede la donna alzare un bimbo di tre o quattro anni, è sorridente e saluta allegramente il convoglio, un attimo dopo quel sorriso il cameraman vede letteralmente evaporare quelle quattro persone e mezza casa, l’esplosione è fortissima, la jeep viene bersagliata da una serie di detriti, il cameraman vede solo polvere nel suo mirino, non riesce a crederci, hanno sparato ad una famiglia, una famiglia felice per la loro presenza. La voce alla radio invade l’abitacolo: Via, via, via!!! L’autista schiaccia sull’acceleratore e dopo pochi attimi sono tutti nell’atrio dell’albergo. Il giornalista impartisce gli ordini agli assistenti per organizzare subito “l’angolo per il collegamento”, il cameraman è riverso su un divano della hall, sta riguardando le riprese appena fatte e continua a non capacitarsene, non capisce come possano non aver visto il bimbo, come possano averlo scambiato per uno stinger. Il giornalista richiama la sua attenzione, la diretta partirà da li a tre minuti, deve prepararsi, il cameraman si avvicina al giornalista che ha in mano la sua bella agenzia dell’esercito sull’accaduto, gli porge la telecamera “notturna” per fargli vedere l’accaduto, il giornalista guarda, fa una faccia strana e poi guarda l’agenzia, scuote la testa e fa un cenno affermativo al cameraman indicandogli la telecamera pronta sul cavalletto, l’assistente inizia il conto alla rovescia per il collegamento con il telegiornale. Meno 10 secondi, il cameraman è pronto al suo posto. Meno 5 secondi, il giornalista ha un viso teso, duro. Meno 2 secondi, collegamento…

Quella sera al telegiornale si venne a sapere dell’ennesimo eroico e chirurgico intervento dell’esercito che con quell’atto sventò un grave attentato ai danni del grande giornalista e dei suoi collaboratori.



Naturalmente il racconto è un racconto di pura fantasia.

postato da: dariocicchero alle ore ottobre 27, 2004 19:56 | Permalink | commenti (2)
categoria:favole
mercoledì, ottobre 27, 2004
Premetto che parlando della littizzetto non sono obbiettivo per molti fattori, il primo per campanilismo (se non ci si aiuta fra conterranei…), poi perché ne sono innamorato, in senso metaforico, da sempre e forse anche perché ebbi l’occasine di conoscerla ai tempi di minchia sabbry, perché era presente allo spetacolo di due miei amici-clienti(gli curavo le luci e l’audio) nel mio ultimo periodo in cui feci cose in teatro, e poi si mangiò tutti insieme. Ai tempi era in un periodo in cui era conosciuta non come oggi ma già molto grazie alla tv ma era veramente “normale” intimidita da noi perfino, iniziò a scherzare dopo un oretta di cena come qualsiasi persona timida che si trova in una situazione dove conosce una persona sola e la cosa mi fece veramente una gran impressione. Come trovai bello che venisse in un teatrino di periferia a vedere lo spettacolo di due amici di corso di cabaret. Premessa la mia parzialità parto.
Il film è una deliziosa commedia diretta molto bene dal buon Ferrario (dopo mezzanotte), con dei personaggi credibili direi veri anche se sembrano paradossali per assurdo, ma a volte la normalità è più assurda della stranezza. La trama è più che altro una traccia su cui si dipanano reali sentimenti e situazioni di vita quotidiana, con piccoli ma notevoli staffilate alla moratti e alla società in genere ma nulla di politico veramente (a parte la presa di posizione doverosa contro la moratti di una ex insegnante come la Littizzetto) o forse lo è molto più di quello che può sembrare. Comunque una storia equilibrata di equilibri con lieto fine, a volte succede anche nella vita. La Littizzetto non fa personaggi, fa l’attrice anche se qualcuno avrà da ridire, secondo me recitano tutti anche grazie a Ferrario. In poche parole un altro interessante film italiano, come per fortuna negli ultimi anni se ne sono visti.
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 27, 2004 03:35 | Permalink | commenti (1)
categoria:lemierecensioni
martedì, ottobre 26, 2004
Israele, Palestina
Uomini, Donne
Carne, Ossa
Niente di diverso
Carne scura, Carne chiara
Osse bianche, Sangue rosso.

Territori, Chiese, Moschee
Nulla di identico.

Dio, Allah
Cristo, Maometto
che differenza c'é?

Inglesi, Ebrei, Arabi, Inglesi
Bombe, Attentati
Morti innocenti
Morti colpevoli
Tutto é uguale, nulla é cambiato

Vinti e Vincitori
Vincitori e Vinti sempre più uguali

Pace, guerra
Vita e Morte
Secoli di strazi
Secoli di cacciate e di ritorni

Occupazioni, Attentati
Morte! Morte! Solo Morte

Donne e Uomini
Ossa e Sangue
niente di diverso, tutto uguale

Chiese e Moschee
Allah e Dio
Cristo e Maometto
Uguali e Indistinti

Perseguitati e perseguitatori
distinguibili solo dalle epoche

Attentati e Occupazioni
Solo Morte, Solo Morte.

postato da: dariocicchero alle ore ottobre 26, 2004 04:03 | Permalink | commenti (4)
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lunedì, ottobre 25, 2004
questo è il titolo della nuova trasmissione di Serena Dandini, tutte le domeniche che le verrà permesso dalle 23,15 circa. inizio scoppiettante con l'intervista a Pedro Almodovar, e poi trasmissione alla "vecchia Dandini" dei tempi della "tv delle ragazze" e "avanzi" o tunnel. intelligente e graffiante con un serie di spalle notevoli, la banda Osiris e Dario Vergassola. un pezzo di TV DA VEDERE almeno per me.
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 25, 2004 01:49 | Permalink | commenti (10)
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domenica, ottobre 24, 2004
questa sera dopo blu notte e il tg inizia una trasmissione nuova con la DANDINI e VERGASSOLA
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 24, 2004 20:08 | Permalink | commenti
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sabato, ottobre 23, 2004
Uno, due, tre, via…
Via da dove, via da cosa? Quanto tempo è che fuggo da me, quanto tempo è che fuggo…

Uno, due, tre, partenza…
Parto ma per dove, parto ma perché? Quanto tempo è che parto e non arrivo da nessuna parte…

Uno, due, tre, pronti…
Pronto per cosa, e per quando? Quanto tempo è che mi credo pronto per qualcosa ma non so cosa…

Uno, due, tre…
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 23, 2004 02:23 | Permalink | commenti (2)
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venerdì, ottobre 22, 2004
Sabato 23 e domenica 24 ottobre torna l'iniziativa "Una Mela per la Vita", promossa da UNAPROA con AISM e FISM, per sostenere la ricerca scientifica
e incrementare i servizi di assistenza alle persone colpite da sclerosi multipla.
Anche quest'anno, 2500 piazze italiane saranno ravvivate da oltre 4 milioni di mele dell'Emilia Romagna. Golden, Granny Smith, Red Delicious e Fuji sono le 4 varietà che, grazie all'iniziativa "Una Mela per la Vita", daranno a tutti la possibilità di scoprire quanto può essere dolce fare solidarietà.
Cogli anche tu questa grande occasione di solidarietà: ti aspetta nella piazza più vicina a casa tua.
Mela Fai? Un Ricettario ti Aspetta
Torte, pasticci, gelati… sono tanti i piatti che si possono gustare utilizzando le mele. Ed ecco la novità di questa edizione: Mela fai?
Le ricette che danno più gusto alla vita.
A chi si recherà nelle piazze per sostenere l'AISM verrà consegnata una cartolina con tre ricette a base di mele. Non solo. Chi compilerà e spedirà all'AISM il coupon inserito all'interno della cartolina, riceverà in omaggio il ricettario completo. Un ricordo dell’AISM a tutti coloro che hanno contribuito a sostenere "Una mela per la Vita".
Una Mela per Halloween
In concomitanza con Halloween l'AISM ha pensato a tutti i bambini:
la mela caramellata di Halloween da preparare con le quattro varietà di mele. In piazza, assieme al sacchetto di mele, i volontari dell'Associazione distribuiranno il volantino dell'AISM con la storia di Halloween e la ricetta della mela glassata.
Un modo nuovo per far scoprire ai più piccoli quanto può essere "dolce" fare solidarietà ed essere vicini a chi soffre di sclerosi multipla.
per saperne di più:
http://www.aism.it/
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 22, 2004 19:53 | Permalink | commenti
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martedì, ottobre 19, 2004
A volte avrei voglia di evaporare, scomparire, non di morire ma sparire per tornare ad essere un’altra persona senza un “personaggio” alle spalle, vorrei aver la possibilità di fare qualcosa senza sentirmi dire:ma questo non sei tu, non ti conosco così, tu sei diverso, ma non ti ho mai visto ballare, ma sei fuori non sei mai stato così aggressivo ecc…
Vorrei tornare libero dal mio “personaggio”, libero dalle convenzioni che le persone si sono fatte su di me, sia positive, sia negative… io non voglio essere una bella persona, una brutta persona, una persona così così, ma solo una persona senza “un’etichetta” da rispettare per chi mi guarda, non voglio essere quello che gli altri credono sia ma solo essere quello che sono, in ogni momento diverso, in ogni momento uguale. Vorrei far evaporare il mio io, per rinascere foglio bianco, rinascere solo me stesso e non la proiezione di altri. Forse voglio l’impossibile perché in un certo senso siamo sempre una proiezione di noi stessi, siamo sempre un po' camaleonti per chi ci conosce e mai veramente tutti noi stessi.
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 19, 2004 03:29 | Permalink | commenti (8)
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lunedì, ottobre 18, 2004
27 anni fa si incontrò la vita e la morte, morì mio padre e nacque mia sorella(stra). dopo 26 anni io e lei ci si è incontrati ed è stato un po' come incontrare mio padre o meglio un pezzo di lui.
ciao papà.
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 18, 2004 01:44 | Permalink | commenti (2)
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venerdì, ottobre 15, 2004
anche le favole sono amare...
buona lettura

Il vento soffia forte tra le rovine dei palazzi, un Hammer si ferma vicino ad un uomo in divisa, ha l’elmetto in mano e scuote la testa. Oltre il muro diroccato c’è un altro soldato a terra, ha gli occhi sbarrati, il sangue gli esce da un orecchio e dalla gola, dove un proiettile ha formato un piccolo foro. Dall’Hammer scendono due infermieri/soldato con una barella, caricano il morto sopra la barella, lo coprono e lo posano delicatamente sul mezzo. Il soldato si rimette l’elmetto e sale a fianco del suo collega morto. L’Hammer riparte e raggiunge il convoglio dove sono stati caricati altri morti della battaglia, passano in mezzo alle case distrutte, ad un certo punto, in prossimità di un gruppo di case ancora in piedi, rallentano un attimo perché c’è un bambino, gioca tranquillo in mezzo alla strada, si sposta, il convoglio passa e la polvere si alza intorno a lui, il bambino guarda il convoglio allontanarsi in mezzo alla polvere, ha in mano un legno che usa come fucile, sta inseguendo e sparando a nemici immaginari. Una voce chiama il bambino, lui si gira e vede la madre, è ora di il pranzo. Si avvia ad attraversare la strada, attorno a lui c’è il vuoto, le case sono per metà distrutte, la sua si è salvata per un miracolo, due bombe l’hanno sfiorata e non sono esplose lasciando solo dei buchi sul marciapiede dove lui va a giocare spesso. Il bimbo entra in casa, oltre la madre e il padre ci sono degli uomini con il viso coperto, parlano in fretta sembrano eccitati, la madre non sembra contenta della loro presenza, il padre li ascolta attentamente, dopo un po’ alza delle tavole del pavimento ed estrae un AK-47 (Fucile mitragliatore), un paio di scatole di munizioni e 4 caricatori. La madre gli dice qualcosa, vuole fermarlo. Il bimbo si è messo in disparte, non capisce cosa stia accadendo, intuisce le preoccupazioni della madre ma è soprattutto rapito da quell’oggetto, dall’AK-47, un attimo fa lo immaginava nelle sue mani e ora era li in quelle di suo padre, magari un giorno potrà averne uno anche lui. Il padre si siede, appoggia l’AK-47 sul tavolo poi prende i caricatori e le munizioni poi le appoggia sul tavolo. Si accorge della presenza del figlio, gli sorride e poi mette diligentemente le munizioni nei caricatori quando ha finito prende del nastro isolante e nastra i caricatori in due coppie, la prima la inserisce nell’arma e l’altra la mette nella tasca del giubbotto, poi si alza, bacia la moglie e il figlio, si copre il viso con una kefia e si avvia verso l’uscita con gli altri uomini, il primo uomo si blocca sull’uscio e blocca gli altri, una specie di jeep sta percorrendo la strada. Sopra la jeep ci sono 6 uomini compreso l’autista, stanno facendo un normale giro di perlustrazione in una zona considerata tranquilla, il clima è rilassato anche se attento, l’uomo dedicato al mitragliatore pesante montato sulla jeep si guarda intorno in silenzio, anche gli altri non parlano sanno benissimo che la percezione di un rumore anomalo intorno a loro potrebbe salvargli la vita, ogni tanto la radio gracchia ma non esce nessuna voce, il sole si sta abbassando sull’orizzonte, se non fossero in mezzo ad una città distrutta dai bombardamenti potrebbe essere un bel tramonto, a qualche centinaio di metri di distanza per un attimo una colonna di Hammer si staglia contro il sole e poi svolta in una traversa. Passano davanti al loro “presidio” mentre un “cecchino” come ogni sera prende posizione sul tetto “dell’altana” per iniziare a “spegnere” i lampioni accesi attorno alla “caserma”. Ormai è diventato un rito serale al calare del buio, da due mesi il “cecchino” sale su quel tetto per spegnere i lampioni e sono due mesi che il giorno dopo qualcuno rimette le lampade. Mentre apre la custodia del fucile il “cecchino” pensa quanto sia strana la guerra, come sia strano che in quel clima qualcuno rimetta tutti i giorni le lampade ai lampioni e poi dove le trovano le lampade? Ogni sera alle 18 il comandante lo chiama e gli comunica l’ordine di spegnimento luci. Non gli dispiace spegnere lampioni, meglio che spegnere vite, poi gli ricorda l’infanzia quando lo sgridavano e a volte picchiavano perché rompeva le lampade dei lampioni con la fionda, ora lo faceva “di mestiere” è strana la vita; ogni sera montava il suo fucile pensando a queste cose. Sul tetto “dell’altana” nessun rumore a parte il vento, sullo sfondo il buio del deserto, sistemato il trepiede al centro del tetto, ci monta sopra il fucile poi monta il silenziatore, ha sempre odiato i rumori forti e poi rischierebbe di essere bombardato per sbaglio in caso sentissero i colpi del suo fucile, inizia a guardare con il cannocchiale/mirino la prima lampada da spegnere. Il laser segnala che il primo lampione è a 1005 metri, dopodichè il buio del deserto, tara il mirino/cannocchiale, la lampada è al centro, il dito sfiora il grilletto, puff e dopo qualche decimo di secondo il lampione “suona” ma rimane acceso. Il “cecchino” ricontrolla il mirino, “sente il vento” e cambia un po la taratura, sfiora il grilletto, puff e la lampada si spegne, ripunta l’arma verso un altro lampione, sfiora il grilletto, puff e un'altra lampada scompare, dopo 3 minuti ha spento il primo pezzo della via, undici tiri 10 centri. Il “cecchino” ruota su se stesso, punta la canna del fucile verso l’ultimo lampione, il laser segna 1015 metri, tara il mirino, “sente il vento”, respira lentamente senza far muovere il torace e sfiora il grilletto, puff la luce si spegne. Il silenzio lo avvolge, inquadra la seconda lampada nel centro del mirino, appoggia il dito sul grilletto, si ferma, sposta il dito dal grilletto e rivolge l’arma verso il basso, ha sentito dei passi trasportati dal vento, guarda nel mirino/cannocchiale “cercado con le orecchie” la direzione dei passi, dopo un attimo vede delle ombre, stanno attraversano la strada lentamente, riconosce la sagoma dei loro AK-47, non si scompone, li controlla un attimo per capire se si dirigono verso di lui, non lo fanno meglio così il suo compito questa sera non è di sparare a delle persone ma a delle lampade. Alza di nuovo la sua linea di tiro, la seconda lampada è al centro della croce di riferimento, sfiora il grilletto, puff, spenta, ripunta l’arma su un altro lampione, sfiora il grilletto, puff, spento, passano tre minuti, come ogni sera da due mesi quando spegne l’ultimo lampione il suo stomaco gli ricorda che si è fatta ora di cena. È buio pesto, indossa gli intensificatori di luce anche se ormai potrebbe scendere al buio dall’altana, è contento perché ha fatto il suo dovere, i pericoli per i colleghi di guardia si sono ridotti, possono vedere senza essere visti. Smonta l’arma, la rimette nella sua custodia, poi la mette in spalla e scende dal tetto dell’altana per andare a cenare. Intanto dei giornalisti stanno guardando verso il deserto dalle finestre di un albergo e commentano lo “spegnimento rituale” di quella strada ai confini del deserto, ipotizzano di scriverci un pezzo sopra quello strano evento che si sussegue da due mesi senza una spiegazione da parte di nessuno. Stanno cenando al 12° piano in una sala panoramica che un tempo onorava il suo nome ma oggi mostra solo le macerie dei bombardamenti e la vita dura di chi è rimasto vivo. Lo “spettacolo” dello spegnimento è finito e i più parlano della giornata appena passata, qualcuno si sta preparando per il collegamento con la tv e altri scrivono un articolo sul loro portatile, in lontananza si vedono le luci di una jeep militare che si muove lentamente nel buio.
Dall’altra parte del mondo un uomo è seduto in una stanza ovale, di fronte a lui c’è una scacchiera, sopra ci sono delle pedine bianche e nere, l’uomo le sposta perplesso, lentamente quasi al rallentatore, ne abbatte una bianca e due nere, entra un generale si ferma davanti all’uomo, lo guarda e con voce di circostanza dice: oggi sono morti 10 dei nostri, hanno decapitato due giornalisti, abbiamo bombardato un quartiere uccidendo 25 ribelli, 50 donne e 25 bambini.
L’uomo lo guarda come se nulla fosse, prende una pedina bianca e l’abbatte dopodichè ne prende dieci nere e abbatte anche quelle, poi guarda il generale accenna un sorriso e gli dice: ho fame andiamo a mangiare.
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 15, 2004 23:46 | Permalink | commenti (3)
categoria:favole
venerdì, ottobre 15, 2004
qualcuno ha le pagine gialle in cd?mi è stato detto che viene dato con quelle businnes. se si potreste farmene avere una copia?
grazie
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 15, 2004 15:59 | Permalink | commenti (3)
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giovedì, ottobre 14, 2004
se l'amore è uno specchio in questo periodo non riflette nulla...
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 14, 2004 20:06 | Permalink | commenti (5)
categoria:riflessioni
giovedì, ottobre 14, 2004
come mi aspettavo ci sono riusciti;hanno fatto la radio in tv.
Ora vi spiego il concetto (adesso sto guardando "l'isola" o meglio sentendola un po come la radio per un confronto). la radio in tv è la libertà di movimento e la libertà di espressione che si ha in radio trasportata in tv,almeno per me. Zero copioni, o meglio la presenza del copione non si sente nella radio e comunque è una sacrosanta traccia ma sempre e solo una traccia(almeno in quella fatta bene), basta pensare al "ruggito del coniglio"(trasmissione radio di radiodue che da dieci anni crea la trasmissione con le telefonate degli ascoltatori, telefonate non filtrate e vere, solo indirizzate verso un tema inventato li li basandosi sulla lettura delle notizie del giorno,se non l'avete mai sentita ve ne consiglio l'ascolto. 8.45-10.30) o a caterpiller (18-19.30) o alle trasmissioni notturne anch'esse basate sulle telefonate di ascoltatori ecc...
star trekking puo disorientare per il suo "ritmo" ,ritmo radiofonico fino al midollo, una semplice passeggiata con una semplice chiacchierata senza quella brutta sensazione dell'artificio che si ha vedendo i cosidetti real. Nessun "eroe" solo tre persone che passeggiano in un ambiente naturale, su una mulattiera ecc... Geniale come lo era Milano-Roma altra trasmissione "radiofonica" come stile anche se è nata e morta in tv(trasmissione di rai tre poi purtroppo migrata su italia uno e ora sparita, dove due persone "famose", il più delle volte veramente famose, con estrazione o almeno ambiente culturale diverso, almeno per il pubblico, due esempi su tutti Ambra con Dario Fo e Luciana Litizzetto con Rocco Siffredi, viaggiano su un auto da Milano a Roma parlando tra loro come se fossero in un viaggio "normale".
piccola chicca fu la comunicazione dell'assegnazione del premio nobel a Dario Fo). Alcuni di voi potrebbero dire che anche "alcatraz" era una trasmissione radiofonica portata in tv ma per quello che mi riguarda quel tentativo fu un vero fallimento.
tornando a star trekking posso solo dire che è una trasmissione semplice, senza studio, senza sensazionalismi, senza domande alla marzullo, i due conduttori si limitano a chiacchierare con la "star" prendendola sul serio il giusto, facendola volare sulla terra e smitizzando il senso di "star" pur dando in un certo senso l'esatta impressione contraria dandole del lei o chiamandola star in una forma di rispetto e presa in giro canzonatorio che ci rende umana la persona "presa in mezzo" al loro gioco. Notevole la sigla finale dove si vede la proupe una volta tanto, come sempre i "radiofonici" hanno rispetto delle "maestranze" non sentendosi della star. Anche per questo trovo giusto che una trasmissione come questa faccia più spettatori di "un'isola" qualsiasi o qualche "grande fratello" o qualsiasi real di questi tempi, ma aimè so che non sarà così, chi ha visto l'anno passato il chiambretti e la sua cabina telefonica, o chi vede markette oggi?purtroppo troppo pochi. Domani si sentirà parlare di intrighi da fratello o da isola ma nessuno si sarà accorto di una piccola passeggiata o di una marketta(con la k come dice chiambretti) fatta in piena luce,oppure di un modo diverso di parlare del "tempo che fa", io non sono contro i real ma sono contro all'appiattimento o peggio della spinta verso il basso che hanno dato e danno a questa tv odierna, assieme alle varie brutte copie degli sceneggiati degli anni 60/70 che oggi imperversano dalla rai a mediaset. Tutto si puo vedere ma sarebbe bello che si veda veramente tutto anche le cose come star trekking, e sopratutto vorrei vederle alle 21 e non alle 00 o almeno alle 22.

star trekking:RAI 3 mercoledì dalle ore 23.30 circa (dopo primo piano)

markette: LA 7 martedì, mercoledì, giovedì dalle ore 23,30

che tempo che fa:RAI 3 giovedì, venerdì, sabato, domenica dalle 20.10 circa dopo blob.

la 25° ora(per chi ama sentire parlare di cinema in modo diverso):LA 7 credo tutte le notti o quasi, almeno di settimana.
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 14, 2004 02:47 | Permalink | commenti (3)
categoria:lemierecensioni
giovedì, ottobre 14, 2004
TV
Premetto questa mia segnalazione non è una forma di "discriminazione" o di "inquisizione" verso chi guarda i vari real o la televisione "leggera" e a volta stupida, anch'io molte volte sono "allietato" da certi programmi,aiutano a non pensare, la mia è solo una segnalazione per dar la possibilità di vedere altro.
forse questa sera alle 23.30 su rai 3 inizia una trasmissione un po meno idiota di altre potrebbe essere addirittura intelligente: Star Trekking con Sabelli Fioretti (ex direttore del compianto CUORE) e Filippo Solibello (coconduttore di Caterpiller trasmissione radiofonica di radiodue dalle 18 alle 19.30)
sono una serie di 6 interviste(una ogni mercoledì) a sei donne dello spettacolo a quota 2000. Conoscendo i due personaggi potrebbe essere una cosa interessante, comunque da vedere almeno una volta per capire come la radio possa fare tv. Per ora a parer mio ci sono solo riusciti i "conigli" Presta e Dose de "il Ruggito del coniglio" a trasferire in tv una trasmissione radio con "dove osano le quaglie" e Fiorello conduttore di "viva radio due" su radio due(comincia l'unedì la nuova edizione alle 13,40) e "questa sera pago io" dove nell'ultima edizione ha veramente fatto una trasmissione tv dallo studio radiofonico facendo diventare la tv radio senza perdere quella emozione unica che ci(mi) da la radio.
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 14, 2004 00:16 | Permalink | commenti (1)
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lunedì, ottobre 11, 2004
down da post incontro, cosa normale ma questa volta decisamente più pesante. Down da mancanza di persone che non c'erano e avrei voluto vicino, alcune mancavano per impossibilità loro alcune un po per colpa mia, down per partenza a fine week di tutti i partecipanti, down da partenza di un treno che avrei voluto vedere partire almeno tra qualche giorno, down inconscio per una notte di 7 anni fa passata a vegliare mia madre e vedeserla morire alle 3.05 di quel 9 ottobre. Una notte decisamente diversa da questo 9 ottobre ma per certi motivi molto uguale, quella notte di 7 anni fa la passai con una persona a cui volevo bene e anche sabato notte l'ho passata con persone a cui voglio bene, forse anche per questo il mio inconscio mi ha fatto scegliere il 9 ottobre per questa cena.
un week che ti ricarica da un lato e ti abbatte un po' alla domenica dove devi iniziare il rito dei saluti, sopratutto l'ultimo saluto in ordine cronologico mi fa male, è brutto vadere partire un treno con sopra una persona a cui vuoi bene e che vorresti vedere di più sapendo che non puoi vedere come e quando vuoi.
Comunque è stato un bel week iniziato il mercoledì con l'arrivo di A. e finito purtroppo con la sua partenza.
down down down
grazie a tutti quelli che c'erano e anche a quelli che mi sono mancati.
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 11, 2004 16:23 | Permalink | commenti (17)
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lunedì, ottobre 11, 2004
9 ottobre 1997, a nessuno questa data ricorderà qualcosa, neanche a me che avrei dovuto ricordare mi ha ricordato qualcosa. Ottobre, il dannato ottobre, mese funesto per me. Ieri sera ho passato una piacevolissima serata anche se dentro ero un po' morto e non capivo il perchè,10 secondi fa questo perchè l'ho capito: quella è la data in cui ho visto morire mia madre in ospedale, 3 di notte circa del 9 ottobre 1997.
forse lei ne sarebbe contenta di questo mio annullamento della sua morte con la dimenticanza,non voleva che ci si ricordasse di lei per come era morta ma per come era vissuta. comunque mi fa male lo stesso non avergli dedicato neanche un pensiero il 9 ottobre.
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 11, 2004 01:50 | Permalink | commenti (3)
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sabato, ottobre 09, 2004
non vi è mai capitato di avere voglia di dire un mucchio di cose ma non riuscirci neanche sotto tortura, dii riuscire a farlo solo davanti al nostro riflesso sbiadito?sono un po' di giorni che mi capita e non riesco ad uscirne...
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 09, 2004 04:37 | Permalink | commenti (6)
categoria:riflessioni
lunedì, ottobre 04, 2004
A volte mi capita di considerare una mia reazione esagerata o almeno non conforme ai canoni. Venerdì ero a Roma per fare due chiacchiere di lavoro in un progetto futuro, alla fine delle chiacchiere sono andato da una amica che mi avrebbe ospitato per quella notte. Avevo deciso di fare come sempre se sono a Roma fermarmi il finesettimana, magari una sera da una amica e l’altra da un’altra. Mentre stavo dirigendomi verso casa della prima amica mi chiama la seconda, ha una voce cupa, triste, mi dice che è morta una ragazza, Cristiana, una ragazza che conoscevo solo per aver letto delle cose che aveva scritto in M.L. e in un parlatorio, con cui avevo scambiato qualche chiacchiera in chat forse, una ragazza che non avevo mai conosciuto di persona ma di cui avevo sentito parlare molte volte. La cosa tutto subito non mi ha colpito moltissimo, certo dispiace sapere della morte di qualcuno sopratutto se è giovane ma conoscendola poco o meglio quasi niente l’effetto “dolore” è molto lieve e credo sia normale.
Venerdì sera sono andato sul “barcone” del testaccio a fare quattro salti con la mia amica (la prima) e altri amici di lei, gran serata liberatoria, ho ballato alquanto, bevuto un po’, na cannetta alla faccia di fini; sono stato bene, la musica era ottima, la compagnia piacevole (è un periodo che mi piace conoscere persone nuove), poi si è finita la serata a casa con brioshe e grappa. Alle 4.30 o giu di li a nanna o meglio gli altri a nanna io sul terrazzo a guardare mail e affini. Apro il parlatorio e trovo "il saluto" di Mau a Cristiana, il saluto di qualcuno che la conosceva bene, vado sul suo blog e trovo anche una foto, una bella foto, qualcosa che ti colpisce per la sua semplicità e per quello che ti trasmette, almeno a me ha trasmesso tutto il suo amore per quella ragazza. Non so se è stata quella foto o cosa so solo che sono andato a letto apparentemente tranquillo ma quando dopo 3 ore mi sono svegliato non ero più tranquillo. Mi sono fatto la doccia e poi ho iniziato a pensare mentre attorno a me si svegliava la casa. Un po di distrazione dai miei pensieri per le chiacchiere con le mie compagne di colazione e si fanno le 11, loro escono e io rimango solo, i pensieri sembrano lontani, accendo la tv e mi godo il motomondiale (forse l’unica cosa che mi fa fermare davanti alla tv insieme a italia brasile di pallavolo almeno ai tempi di velasco). Verso le due sono a tavola, la mia amica è rientrata e si mangia, un po di gp e un po di chiacchiere si arriva alle tre. Lei inizia a pulire casa e io ho una irrefrenabile voglia di andare via di tornare a casa, la voglia non è data dalle sue pulizie o da lei ma da un peso una tristezza di fondo che devo avere macerato in questa notte. Provo a chiamare la seconda amica ma non risponde, avrà da fare penso, allora le mando un messaggio dove le dico che tornerò a Firenze, che non mi fermo a Roma. Dopo un po chiama e le dico che devo pulire casa tra qualche giorno arriva un amica a trovarmi e voglio pulire casa, dico una cosa banale non ho voglia di spiegarle il vero perché del mio ritorno a casa (scusa Ori ma molte volte le mie cose le vivo così anche se forse è sbagliato). Ritorno a casa perché non ho voglia di divertirmi questa sera; avrei dovuto dirgli così alla mia amica e invece non l’ho fatto, forse non l’ho fatto perché poteva sembrare esagerata la mia reazione alla morte di qualcuno che non conoscevo quasi. Forse questo mio abbattimento, questa voglia di solitudine è solo una scusa per nascondere la mia depressione del momento, forse il non avere voglia di divertirmi è legato a me a questo periodo che dura da quasi 40 anni tra alti e bassi e non alla morte di qualcuno. Io subito ho pensato che questo dolore per qualcuno che muore giovane mi avesse riportato alla mente i miei dolori personali, mi avesse fatto ricordare quegli amici morti troppo presto, amici che mi mancano. Poi l’ho imputato ad una forma di solidarietà verso il dolore altrui, verso quelle persone che la conoscevano bene come Mau, ho creduto che la mia tristezza fosse legata all’immaginare il loro dolore a condividerlo avendolo vissuto in situazioni simili, ma oggi a freddo mi rendo conto che la mia era una fuga da me stesso, era qualcosa di molto egoistico e personale. Io non avevo voglia di stare in mezzo agli amici di Roma solo perché il dolore era verso me stesso. Io soffro per un’altra persona così che possa nascondermi alla mia sofferenza, alla mia sensazione di fallimento, di inettitudine, di inopportunità che mi insegue da quando son nato. Per quanto in parte possa essere vero che non siamo solo noi responsabili della nostra vita io credo di esserlo responsabile del mio stato attuale almeno per la maggiorparte di me. Ho sempre visto come una scusa odiosa le frasi: ha avuto un’infanzia difficile, certo che la vita è stata dura con lui, be con quegli esempi ecc…
Io sono il prodotto dei miei genitori solo se io lo voglio, io sono il prodotto di me stesso, tutti hanno un’infanzia difficile, tutti hanno avuto batoste, o almeno se non tutti molti, io non sono l’unico figlio di separati, io non sono l’unico che abbia conosciuto una sorella da parte di padre da un anno o poco più dopo quasi 26, la mia famiglia non è l’unica che si è trovata in tribunale per il riconoscimento postumo di suddetta sorella (quando lei nacque mio padre era morto da un mese) no questo non è proprio vero ai tempi siamo stati i primi, praticamente siamo un precedente da libri d’avvocati (e mia sorella è quasi avvocato…praticamente si è letta sui libri), in poche parole di dolori ne abbiamo subiti e ne subiamo tutti perciò non posso nascondermici dietro. Avere avuto delle difficoltà nella vita non mi giustificano per quello che sono, ne nel male ne nel bene, ecco perché non avevo voglia di divertirmi, di stare con degli amici sabato sera, non avevo voglia di confrontarmi con me, con loro e con la vita…
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 04, 2004 03:24 | Permalink | commenti (11)
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sabato, ottobre 02, 2004
Il suono caldo e allo stesso tempo secco e duro di un contrabbasso che accompagna una voce avvolgente, metafora di una vita che bisognerebbe vivere sempre a pieno, cosa di cui ci dimentichiamo troppo spesso, metafora dei piaceri e delle difficoltà che incontriamo, che a volte ci hanno fatto pensare di lasciarla questa vita, di anticipare il naturale corso di questa nostra vita… già il naturale corso che quando spezza una vita ancora con tanto da fare mi lascia perplesso, sfiduciato e mi fa scrivere queste scemenze dove dico che la vita “ha da essere vissuta fino in fondo e pienamente”, solo che dopo un po me ne dimentico fino a quando non reincontro questo “naturale decorso di vita e così via”, a volte mi chiedo se la mia mente mi prende in giro o è solo un decorso di vita anche lei.
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 02, 2004 14:43 | Permalink | commenti (2)
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sabato, ottobre 02, 2004
voglio un cuore cane,voglio un cuore cane bastardo.
a piedi nudi suono seduta nell'angolo,fino a quando sembrerà possibile rubare al tempo un battito, un secolo, un attimo.
guardami e dimmi perchè... fino a quando volerai nel mio cielo di terra e di fuoco.
voleva il mio essere un consiglio, scusa se invece poi ti ho dato un la stonato...
ombre tra di noi io ti prego non lasciarne.
perchè non parli così che potrò stanarti.lingua sonagli sputa in bocca ai tuoi fratelli.
narciso, parole di burro, si sciolgono sotto alito della passione.
di quei violiti suonati dal vento,l'ultimo bacio mia dolce bambina, brucia sul viso come gocce di limone...
pa,pa,pa,pa,pa,pa...
guardo la foto di mia madre,era felice avrà avuto tre anni, stringeva al petto una bambola,il regalo più ambito,era la festa del suo compleanno,un bianco e nero sbiadito,guardo mia madre a quei tempi e rivedo il mio stesso sorriso. e pensare a quante volte lo sentita lontana e pensare a quante volte...
gli avrei voluto parlare di me,chiederle almeno il perchè dei lunghi ed ostili silenzi, momenti di non curanza, puntualmente mi dimostravo inflessibile,inacessibile...
mi troverei spaseata tanto timida,io non avrei neanche il tempo di pensare...
portami con te,non voltarti,conducimi alla luce del giorno,portami con te non lasciarmi...
e torno alla vita...dsei venuto a difendermi a liberarmi,imponendo la tua ostinazione...

be fino a qui è facile ora chi indovina ha la mia ammirazione...

questi dadiii,non segnano mai più di 10.fanno così per non compromettersi. la stanza in cui vivo è un dado ma non ho abbastanza mani per tirarlo lontano...
devo ancora imparare a respirare ma mi va bene cosi...
mi è rimasta una porta ancora chiusa dall'esterno...
più dei miei anni sento solo una apparenza...
ho riempito d'oro il giardino perchè tu vedessi chiaramente dove è il cammino e quanti sono i passiii, io ti guiderò, finchè tu lo vuoi;e poi aprirò il giardino, quando arriverai,aprirò il giardino sai...
ho dipinto d'oro il giardino perchè tu sapessi cose nuove, nuovi sogni che non ti ho detto mai,io ti porterò, dove tu vorrai e poi; aprirò il giardino quando arriverai,aprirò il giardino e ritroverai quel che avevi perso, si aprirà il giardino quando arriverai, aprirò il giardino sai...

sempre più difficile un indizio il disco è solo voce e contrabbasso e sono quasi tutte cover.

no che non vorrei,questa sera è ancora presto,ma che sciocco sei, ma che sciocco sei a parlar di rughe a parlar di vecchie streghe meno bello certo non sarai...
cerca di evitare tutti i posti che frequento che conosci anche tu...
loro senza me,loro senza me, hai detto è un problema di coscienza...
guarda che luna,guarda che mare da questa notte senza te dovrò restare...
resta soltanto tutto il rimpianto perchè ho peccato desiderarti tanto...
nessuno ti giuro nessuno nemmeno il destino ci puo separare...

fine indovinello delirante, la risoluzione verrà pubblicata prossimamente...
:)
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 02, 2004 14:08 | Permalink | commenti (2)
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sabato, ottobre 02, 2004
sono ubriaco e guardandomi allo specchi mi rendo conto di amare (platonicamente) dei nomi, delle persone virtuali, di amare perfino quello strano essere di fronte nello specchio...
amo un sacco di persone e le amo perchè mi gratificano con i loro commenti o anche solo con i loro sorrisi. Oggi mi chiedo,ubriaco e alle 5.09 del mattino su un terrazzo romano(sono da una amica romana), perchè se per noi "esseri virtuali" è facile amarci (platonicamente e a volte anche carnalmente...vedi torta e jac...) pur conoscendoci solo per i nostri deliri scritti, perchè non è facile amarsi in giro per il mondo tra i popoli...?
il dilemma di sempre è nato prima l'uovo o la gallina?
ma che cazzo ce frega l'importante è che sia nato... metafora della vita dove ci facciamo stupide domande senza risposte possibili per problemi inutili...
son proprio ubriaco...
notte o meglio mattina a tutti
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 02, 2004 06:13 | Permalink | commenti (3)
categoria:riflessioni
venerdì, ottobre 01, 2004
Intorno a d'ottobre, inizio a prendere consapevolezza di me stesso e del placido mondo di placenta. Sono completamente ignaro del mondo che sta la fuori e soprattutto di quello che mi aspetterà. Il "la fuori" per me non esiste nemmeno, solo qualche rumore, qualche gusto, niente di più. Sono ignaro dello scompiglio e le domande che la mia presenza hanno causato:
-I soldi sono pochi, il fratello accetterà in maniera figurata la sua nascita e non in maniera letterale? Saremo in grado di tirare avanti?-
E un sacco di altre domande. Passati i primi sconcerti arriva la gioia del nuovo nascituro e alla sana coscienza delle domande si sostituisce l'altrettanto sana incoscienza degli anni 60 (dove c'è uno se ne possono tenere anche due). L'incoscienza e la gioia sono fomentate dai parenti e dalla riconciliazione dei coniugi per il lieto evento, come se un bambino risolvesse i problemi di coppia. Per quello che mi ricordo ho passato i miei mesi "acquatici" in piena tranquillità, la mamma non vomitava, aveva delle voglie discrete e mai esose (conoscevo già lo stato finanziario), il fratellone era curioso di vedere com'ero fatto; al terzo mese di gravidanza era partito il toto sesso fra parenti e amici. Pancia tonda, pancia a punta, pancia ovale; tutti dicevano la loro, dai cuginetti ai nonni. L'unico ad avere teoricamente la certezza del proprio sesso ero io anche se non capivo la differenza tra un bambino è una bambina. Non capivo a cosa serviva quel dito senza mani e braccia, certo ci potevo giocare come con il resto del corpo ma non aveva apparentemente altre funzioni. L'avessero visto "la fuori" sarebbe stato l'orgoglio di molti. Perché poi? L'ammennicolo era mio non loro. I miei genitori avrebbero preferito una femminuccia in cuor loro, ma naturalmente un maschietto sarebbe stato bene accetto. Intorno all'ottavo mese di permanenza in quel placido mondo iniziavo ad annoiarmi e in più avevo una tremenda voglia di girarmi verso il basso. Iniziai a studiare la situazione e a fare dei tentativi di cappottamento, durante uno di questi tentativi creai un po' di scompiglio "la fuori", pensarono che avessi deciso di frequentare il mondo.
Non ci stavo male in quel mondo placido di placenta, c'era il riscaldamento, il cibo non mancava, ogni tanto si sentiva anche la musica, ma iniziava a starmi stretto e più i giorni passavano più lo spazio era ridotto e la voglia di girarmi verso il basso aumentava. Passò ancora un mese e il 7 aprile 1965, ormai girato verso il basso, venni assalito dall'irresistibile voglia di scendere in cantina e di uscire dalla porta dei sogni. Non mi ricordo se nella mia permanenza nel placido mondo di placenta sognassi ma di sicuro non avevo mai fatto un incubo, un incubo come quello che stavo passando in quel momento; il mio mondo ovattato era scomparso, i suoni erano forti e fastidiosi, la luce accecante, e l'ombelico mi faceva un male cane. Un attimo dopo il salto più traumatizzante della nostra vita ti ritrovi a testa in giù, un freddo cane, e quella sensazione di avere perso tutte le tue sicurezze e tutto in un attimo: è veramente terribile venire alla luce. Non si capisce più niente, l'unica cosa famigliare che riesci a percepire é l'odore della donna (che scoprirai essere la mamma) che ti ha permesso di crescere custodito al caldo, ti ha nutrito, dato sicurezza per nove mesi o giù di lì. Secondo il mio libretto sanitario è il medico sono stato puntuale: nove mesi tondi tondi. La vita era lì, mi sorrideva, anche il seno di mia madre mi sorrideva purtroppo lo ha fatto per poco. Il dottore farneticava di un fattore Rh negativo, cambio del sangue, latte artificiale, basta con la tetta!
Come?!!!dopo avermi traumatizzato con la nascita verrò traumatizzato dall'abbandono coatto della tetta. Basta! Fatemi tornare indietro! Voglio di nuovo il mio mondo placido di placenta!!! Eih, eih, dico a voi, possibile che non mi capiate. Cazzo sono nato in un mondo di sordi deficienti, proviamo ad urlare più forte... niente...eih cosa volete fare? Perché mi portate via dalla mamma? L'ho appena conosciuta! Eih gente che modi sono... non mi ascoltano, cosa vogliono fare con quella cosa...eih stai distante, non ti avvicinare... aih, mi hai punto, fa male... oddio cosa succede, ho sonno, la testa mi cade, oddio non vedo più niente. Dove sono, forse mi hanno rimesso nel mio placido mondo, si fluttuo di nuovo, che bello sono di nuovo a casa, era solo un incubo, il mio primo incubo, quel mondo non esiste. Sono salvo... che incubo.
Li fuori i miei genitori erano preoccupati; neanche il tempo di conoscermi e mi hanno visto finire in terapia intensiva; riciclo del sangue, cambio totale. Zac un ago in un braccio lo fa uscire, zac un ago nell'altro braccio lo fa entrare o super giù così. L'ho sempre immaginato così, mentre metà di me si svuota l'altra metà si riempie, appena nato sono già un vampiro vampirizzato. Questa vampirizzazione pare mi abbia salvato la vita e la psiche. Lo stress del cambio mi ha portato dai floridi quattro chili è trentadue ai due chili e ottantacinque del dopo salasso: da grasso Maraja ha denutrito suddito. Avrei dovuto fiutare qualcosa già allora e provare a cambiare aria, ma evadere da un'incubatrice é estremamente difficile, nessuno c'è mai riuscito. Dopo una ventina di giorni di "cella d'isolamento" sono stato riconsegnato ai miei genitori che hanno visto il principe trasformato in ranocchio pieno di grinze; pare che perdere quasi il 50 per cento del proprio peso in quei pochi giorni non giovi alla propria pelle di pupo. Dopo il primo shock, giustificabilissimo, il problema più grosso e stato farmi comprendere che il tenero morbido capezzolo, nonché il morbido cuscino contro cui spiaccicarmi mentre ero intento a nutrirmi, veniva sostituito da un coso di plastica e vetro, chiamato biberon. Quel coso aveva un sapore orribile ed era duro e freddo o caldo troppo caldo. Mi sono chiesto molte volte se i dottori non abbiano un senso sadico; dopo averti fatto conoscere il paradiso, la tetta, ti obbligano al purgatorio, il biberon. Io queste lamentele le facevo ma i grandi non lo capivano, io gliele urlavo ma loro niente. Dopo molte ore ho dovuto cedere per la fame e adattarmi a quel terribile surrogato plasticoso. Iniziamo bene, prima ho dovuto rinunciare al piacevole placido mondo della placenta, poi alla mamma (che ho ritrovato), mi hanno portato via del sangue e ho dovuto rinunciare a un paio di chili è ora mi hanno tolto anche la tetta; mi viene il dubbio che la vita sia una continua rinuncia. L'ho provato a chiedere a chi ho attorno ma non mi capiscono. Perché non mi capiscono, in un primo tempo credevo fossero sordi e urlavo più forte ottenendo un soffocamento da biberon o lo sballottamento da cullaggio, una cosa terribile che mi costringeva a far finta di addormentarmi per farli smettere.
Voglio tornare nel mio monolocale!
Certo che guardando ora la mamma ci starei un po' strettino. Potrei provare con la zia, li potrei portarmi anche un biliardo per ingannare il tempo.
Mi hanno dato il nome è mi andata bene. Mio padrino da cui si sono ispirati ha un nome corto, moderno (anche se apparteneva ad una serie di re dell'antichità), mi piace almeno in questo non ho dovuto rinunciare al mio nome come succede a quelli che hanno dei nomi composti o decisamente brutti. Ormai sono mesi che cerco di comunicare con questi strani esseri, ho scoperto che se rido loro sono contenti, se urlo per farmi capire sono preoccupati, se parlo normale sono incuriositi. Mi sa che é ora di " abbassarmi" al loro arcaico idioma senza poesia se no chissà cosa dovrò mangiare e quanti sballottamenti dovrò sopportare: domani dirò mamma e papà e vedremo cosa succede. Il giorno dopo affilo la lingua e provo a emettere quei suoni che al mondo attorno a me sembra piacciano tanto: mamma, mamma. La reazione é strepitosa, mi hanno capito, sono tutti felici:
-Ha detto la prima parola, ha detto mamma.-
Inizia una serie di telefonate entusiastiche, pacche sulle spalle e altre amenità. Decido di tenere papà per un'altra volta. Se ogni volta che pronuncio una parola succede tutto questo casino quando sarò arrivato a "zuzzurellone" avrò il mondo ai miei piedi. Pensare, che è da quando ho visto la luce che cerco di comunicare con loro, da allora ne ho fatti di discorsi ma non hanno mai reagito così, al massimo assumevano un'aria idiota facendomi sghignazzare per le cazzate che mi dicevano cercando di imitare i miei suoni. Quando ne ho avuto l'occasione, di questo, ne ho discusso con qualche mio "collega" e abbiamo concluso che il loro mondo capisce pochissime parole del nostro mentre noi capiamo quasi tutto. Non riusciamo a spiegarci, noi neonati, come possa succedere visto che siamo in tanti e a forza di sentirci dovrebbero capirci ormai. Domani gioco la carta papà vediamo se sortisce lo stesso effetto di mamma.
Ore 21, siamo tutti a tavola, mio padre mi sta imboccando, OK appena ha finito ci provo -papà, papà.-
Altro delirio, provo con la combinazione: mamma, papà. Delirio da stadio, doppia dose di coccole, altro giro di telefonate esultanti. Non è così male parlare quest’idioma arcaico; da dei frutti ottimi. Questo stato incantato è durato per qualche mese poi è diventato routine. Si sono abituati al prodigio della mia voce, all'articolazione di quei suoni; ormai avrei potuto dire qualsiasi cosa anche la più difficile ma sarebbe passata inosservata, eravamo entrati nella fase dell'apprendimento. Fine della pacchia, della soddisfazione del proprio egocentrismo; da “Sole” piano piano stavo diventando “pianeta, poi satellite”, col passare di qualche anno “fantasma, poi problema”. Ormai il mio parlare non creava più quella piacevole attenzione di un tempo, mi ci abituai. Provai ad attirare l'attenzione con parole difficili, niente; ormai ero considerato padrone della lingua. Per un po' venni assalito dalla voglia di tornare al placido mondo della placenta. Ormai la parola era andata, al mio arco avevo ancora le frecce del camminare a due zampe, dell'abbandono del ciuccio e del biberon. Siccome il dottore, alla mia nascita, aveva consigliato di portarmi in montagna per farmi riprendere meglio, dopo il trattamento Rh, i miei affittarono una baita in un paesino delle valli di Lanzo. Nel giro di poco tempo quel paesino fu colonizzato dai parenti di mia mamma, zii e cugini. A quei tempi parlavo ma gattonavo ancora, a Torino il gattonare non creava problemi, i pavimenti erano lisci, in montagna la pavimentazione era formata da tavole grezze di legno piene di schegge, questo creava un po' di problemi. Mi drizzai su due zampe così in fretta che quasi non se ne accorse nessuno, la cosa destò alcuni giorni di interesse e meraviglia, ma come tutte le cose veloci si acquisiscono in fretta e diventano la normalità, l'attenzione per me rientrò in fretta, ero di nuovo un figlio come un altro. Ebbi di nuovo quel richiamo verso il caldo e rassicurante mondo uterino. Passò. Mi era rimasta la carta del ciuccio e del biberon, ma dovetti superarla prima del dovuto grazie all'involontario aiuto di mia madre che prima dimenticò il biberon sulla stufa bruciandogli la tettarella e poi facendo cadere il ciuccio sempre sulla stufa. Iniziavo ad odiarla quella stufa. Hanno provato a sostituire la tettarella con quella usata per i vitelli ma per me era troppo grossa, stesso tentativo per il ciuccio ma anche in quel caso era enorme. Dall'oggi al domani dovetti smettere, siccome fu una scelta forzata passò quasi inosservata, nessun bravo hai smesso, sei fuori dal tunnel del biberon, o cose simili solo una serie di scuse sostituite nel tempo dalle frasi:
-e stato meglio così, ormai è grande, un taglio netto è meglio che una lenta agonia, ecc. ecc. -
A quel punto avrei voluto un utero di due metri con la porta blindata. Passò anche quella ma mi causò degli strani sogni; sognavo un utero di due metri con la porta blindata, era rassicurante e soprattutto, nel sogno, non permetteva ai tentativi del ginecologo di riuscire a strapparmi da quel luogo. Neanche con la fiamma ossidrica sarebbero riusciti a portarmi via dal mio placido mondo di placenta.


Dario 15/02/2002
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 01, 2004 01:24 | Permalink | commenti (5)
categoria:favole
venerdì, ottobre 01, 2004
ora che ci penso e rifletto lanciai un appello per scrivere favole e io non ho ancora scritto la mia prima favola, o forse no, l'ottimismo è na favola forse...
postato da: dariocicchero alle ore ottobre 01, 2004 01:04 | Permalink | commenti
categoria:riflessioni