ore 10 del mattino squilla il telefono è O.,siccome sono stato svegliato da un sonno profondo impiego un attimo a capire chi è dall'altra parte dell'etere e soprattutto cosa dice. La sua voce non promette niente di buono e prima ancora di riuscire a chiedergli cosa è successo mi dice che è mancato il babbo di C.
La conversazione rimane un momento in silenzio e la mia mente vola a qualche sera prima quando avevo incontrato C. in chat e a quello che mi aveva detto. Quella sera era molto colpito, aveva subito un grosso stress, suo padre era quasi morto di fronte a lui, poi perfortuna la cosa era rientrata e suo padre si era ripreso.
Il suo racconto mi rituffo sette anni indietro in una sala di medicina generale delle molinette di Torino. Nel momento in cui raccontava cosa gli era successo riuscivo a capire perfettamente il suo stato d’animo, riuscivo a vedere la scena passo passo e provavo di nuovo quella terribile sensazione d’impotenza che si ha in quei momenti. Io ho visto morire mia madre quasi così; un suono strozzato e quello strabuzzare degli occhi per certi versi quasi comico non si trattasse della fine di una vita. Se ci ripenso oggi l’espressione di mia madre era paragonabile a quella di qualcuno che morde un cibo con un gusto inaspettato, quasi un’espressione da cartoons. Mi ricordo che erano le 3,05 di notte e stavo sfogliando un fumetto trovato nella stanza, un occhio al fumetto e uno a mia madre, le orecchie attente al suo respiro regolare, russava perfino, un dormire “regolare”, quello di una persona “normale”. Alle 3.05 successe qualcosa, mia madre si alzò seduta nel letto emettendo una specie di rantolo strozzato e con quell’espressione quasi comica, il tempo di vederla in quella posizione ricadde indietro sul cuscino con gli occhi aperti, chiamai immediatamente la dottoressa di turno,lei arrivò di corsa, tirò una tenda attorno al letto e dopo 3 minuti mi disse che non c’era più nulla da fare; molto probabilmente un infarto aveva colpito mia madre. Sono passati 7 anni e quel momento non verrà mai cancellato dalla mia mente, forse perderà un po di colori come succede alle polaroid ma non svanirà mai.
Era successo, avevo visto la morte di mia madre; una delle cose di cui avevo più paura, e l’avevo vista in piena solitudine senza mio fratello, un’altra delle cose della nostra vita comune non condivisa (tra me e mio fratello). Allora era una delle mie maggiori paure la morte di mia madre in “diretta”, nel momento che successe reagi in un modo non previsto, fui calmo e quasi felice di essere li in quel momento, anche se dentro di me pensavo che le cose “brutte di mia madre” le avevo vissute sempre io. Dopo un po di tempo, qualche anno, capii quanto fosse stato giusto per me essere li, era stata una delle cose più belle, per assurdo, che potesse succedere ad un figlio; essere accanto al genitore nel momento della sua morte, una cosa quasi doverosa perché i genitori ci sono vicini alla nascita; è quasi una forma di scambio, una forma di continuità, perché la morte è legata alla nascita come la nascita alla morte.
A differenza del babbo di C. la morte di mia madre non era “annunciata” anzi lei, secondo i dottori, si sarebbe dovuta riprendere da quello stato senza problemi perciò non ho idea di come avrei potuto vivere una situazione come quella di C. sono solo sicuro che per me è stato più facile affrontare la morte di mia madre; di sicuro è molto più difficile affrontare il “decadimento” di un genitore di una persona che amiamo, vederla morire un po’ alla volta man mano che passano i giorni, che assistere ad un infarto. In parte capisco i sentimenti di impotenza e rabbia che si provano in una situazione come quella del babbo di C. perchè dall’età di 9 anni ho visto mia madre entrare ed uscire da alti e bassi a causa di un esaurimento nervoso, l’ho vista lasciarsi andare, “decadere”, riprendersi e poi di nuovo scivolare giù, ed ogni volta per me era una sofferenza molto grande perché non riuscivo ad accettare questo suo “decadimento”, non riuscivo ad accettare che uno dei miei miti (mito perché da piccoli per noi i nostri genitori non sono esseri umani ma dei miti), una persona che consideravo indistruttibile si potesse distruggere. Oggi mi rendo conto che l’età sposta questo sentimento nell’inconscio rendendoci difficile accettare la morte di un genitore con serenità soprattutto se li vediamo spegnersi poco alla volta, se li vediamo perdere la loro “dignità” di genitore indistruttibile anche se non dipende da loro magari a causa del cancro, di un esaurimento o di altro. Dall’altra ogni volta che lottano contro questo stato siamo orgogliosi di loro ritroviamo in parte nel nostro inconscio la loro parte indistruttibile; mi ricordo che quando mia madre si riprendeva ne ero orgoglosissimo, ero felice di ritrovarla, di ritrovare la madre che era quando ero piccolo. Mi ricordo la sofferenza che provavo, nell’ultimo anno della sua vita, nel doverla aiutare a fare la pipi nel “vasino” come i bimbi perché non voleva andare in bagno, o nel doverla imboccare per farla mangiare. Mi faceva male quella sensazione di impotenza, di sconfitta provata nel non sapere cosa fare per aiutarla, per farla uscire da quello stato. Provavo anche tanta rabbia nel vederla apatica, nel vederla non reagire, ero furioso verso quel suo modo di agire e lo ero anche verso mio fratello che si disinteressava, che non capiva la situazione, che non aveva mai capito la situazione in più di 20 anni, ma io non glielo avevo neanche mai accennato, forse glielo avessi detto il suo comportamento sarebbe stato diverso.
L’ultimo anno di vita di mia madre per me è stato durissimo, la sensazione di lottare contro qualcosa di immensamente più grande di me, di inesorabile e di imbattibile è stata la cosa più pesante della mia vita. È stato un anno duro anche perché si sono concentrati tutti i miei sensi di colpa verso di lei, si è “accesa” la sensazione di aver portato io mia madre in quella situazione con le mie scelte di vita, è una delle più brutte sensazioni che ci possa essere e anche più destabilizzante che tende a portare rabbia ulteriore verso noi stessi che tendiamo a scaricare sugli altri. Mi sembrava di essere tornato ai 9 anni quando credevo che mio padre fosse andato via di casa per colpa mia e non perché si era innamorato di una donna. La rabbia che provavo verso il mondo era la rabbia provata verso me stesso, una rabbia dura da smaltire che ti porti avanti negli anni. Dopo la morte di mia madre tutti questi sensi di colpa e rabbie sono state li con me nella mia solitudine ed è stata dura riuscire a tenerli a bada, a non dare di testa, a non incolparsi delle peggio cose. Anche per questo ho sentito il bisogno di essere vicino a C. fisicamente, di potergli trasmettere affetto con un abbraccio perché ho provato sulla mia pelle l’affrontare questi momenti in solitudine, o almeno con la sensazione della solitudine. Lo fatto con i gesti perché mi sono reso conto che le parole sono “inutili” o quasi.
Io avevo molti dubbi, tanti sensi di colpa e credo che in parte sia normale alla morte di un genitore perché ogni figlio anche quello con il rapporto migliore ha sempre qualcosa da recriminarsi, una parola non detta o un gesto di stizza ecc…, e io reagivo male o meglio non ascoltavo quando mi dicevano che è inutile farsi male con i sensi di colpa tanto non porteranno mai in vita nessuno, non serve disperarsi perché quel giorno avete bisticciato o non gli avete detto mai nulla di carino questo fa parte della vita vissuta e quando si vive si sbaglia. Più parlavano così meno reagivo e più avevo dubbi. Purtroppo nessuno ti puo aiutare a superare queste cose se non te stesso, almeno ai tempi pensavo così, oggi credo che il sentirsi apprezzati dagli amici che ti dimostrano affetto, ti aiuta a cancellare quel mostro che credi di essere in cuor tuo, ti aiuta a capire che non risolvi nulla annientandoti con i dubbi e i sensi di colpa, ti aiuta a capire che devi accetare i tuoi errori come una conseguenza del vivere ed elaborarli per evitare di rifarli.
Dopo quasi 7 anni dalla morte di mia madre e 27 da quella di mio padre ho imparato ad accettare i miei errori e ad elaborarli per superare i miei sensi di colpa e le mie rabbie, soprattutto le rabbie legate a mio fratello e a quella sensazione di abbandono che ci prende consciamente in tenera età e inconsciamente in età più adulta quando muore un genitore. A mio padre imputavo di avermi lasciato per la seconda volta, la prima fu quando andò via di casa, a mia madre le imputavo di aver lasciato la voglia di vivere e perciò la voglia di starmi vicina.
Ora dopo anni sento che molto è stato elaborato e tanto superato anche se mi rendo conto che di strada ne ho ancora molta da fare per stare bene con me stesso e con gli altri, con una signorina, col mondo e soprattutto mi rendo conto che ho ancora molta strada per far stare bene qualcuno con me.
La morte del babbo di C. credevo mi riaprisse delle vecchie ferite facendomi pensare alla morte di mio babbo e di mia mamma ma invece ripensandoci e standogli vicino in questi due giorni non solo non mi si sono riaperte delle ferite ma ne ho chiuse altre ancora aperte, non tutte ma alcune si.
Un abbraccio C. a te, alla tua mamma e alla tua nonna, e grazie di avermi permesso di esservi vicino in questi giorni.
Darietto vostro.
La conversazione rimane un momento in silenzio e la mia mente vola a qualche sera prima quando avevo incontrato C. in chat e a quello che mi aveva detto. Quella sera era molto colpito, aveva subito un grosso stress, suo padre era quasi morto di fronte a lui, poi perfortuna la cosa era rientrata e suo padre si era ripreso.
Il suo racconto mi rituffo sette anni indietro in una sala di medicina generale delle molinette di Torino. Nel momento in cui raccontava cosa gli era successo riuscivo a capire perfettamente il suo stato d’animo, riuscivo a vedere la scena passo passo e provavo di nuovo quella terribile sensazione d’impotenza che si ha in quei momenti. Io ho visto morire mia madre quasi così; un suono strozzato e quello strabuzzare degli occhi per certi versi quasi comico non si trattasse della fine di una vita. Se ci ripenso oggi l’espressione di mia madre era paragonabile a quella di qualcuno che morde un cibo con un gusto inaspettato, quasi un’espressione da cartoons. Mi ricordo che erano le 3,05 di notte e stavo sfogliando un fumetto trovato nella stanza, un occhio al fumetto e uno a mia madre, le orecchie attente al suo respiro regolare, russava perfino, un dormire “regolare”, quello di una persona “normale”. Alle 3.05 successe qualcosa, mia madre si alzò seduta nel letto emettendo una specie di rantolo strozzato e con quell’espressione quasi comica, il tempo di vederla in quella posizione ricadde indietro sul cuscino con gli occhi aperti, chiamai immediatamente la dottoressa di turno,lei arrivò di corsa, tirò una tenda attorno al letto e dopo 3 minuti mi disse che non c’era più nulla da fare; molto probabilmente un infarto aveva colpito mia madre. Sono passati 7 anni e quel momento non verrà mai cancellato dalla mia mente, forse perderà un po di colori come succede alle polaroid ma non svanirà mai.
Era successo, avevo visto la morte di mia madre; una delle cose di cui avevo più paura, e l’avevo vista in piena solitudine senza mio fratello, un’altra delle cose della nostra vita comune non condivisa (tra me e mio fratello). Allora era una delle mie maggiori paure la morte di mia madre in “diretta”, nel momento che successe reagi in un modo non previsto, fui calmo e quasi felice di essere li in quel momento, anche se dentro di me pensavo che le cose “brutte di mia madre” le avevo vissute sempre io. Dopo un po di tempo, qualche anno, capii quanto fosse stato giusto per me essere li, era stata una delle cose più belle, per assurdo, che potesse succedere ad un figlio; essere accanto al genitore nel momento della sua morte, una cosa quasi doverosa perché i genitori ci sono vicini alla nascita; è quasi una forma di scambio, una forma di continuità, perché la morte è legata alla nascita come la nascita alla morte.
A differenza del babbo di C. la morte di mia madre non era “annunciata” anzi lei, secondo i dottori, si sarebbe dovuta riprendere da quello stato senza problemi perciò non ho idea di come avrei potuto vivere una situazione come quella di C. sono solo sicuro che per me è stato più facile affrontare la morte di mia madre; di sicuro è molto più difficile affrontare il “decadimento” di un genitore di una persona che amiamo, vederla morire un po’ alla volta man mano che passano i giorni, che assistere ad un infarto. In parte capisco i sentimenti di impotenza e rabbia che si provano in una situazione come quella del babbo di C. perchè dall’età di 9 anni ho visto mia madre entrare ed uscire da alti e bassi a causa di un esaurimento nervoso, l’ho vista lasciarsi andare, “decadere”, riprendersi e poi di nuovo scivolare giù, ed ogni volta per me era una sofferenza molto grande perché non riuscivo ad accettare questo suo “decadimento”, non riuscivo ad accettare che uno dei miei miti (mito perché da piccoli per noi i nostri genitori non sono esseri umani ma dei miti), una persona che consideravo indistruttibile si potesse distruggere. Oggi mi rendo conto che l’età sposta questo sentimento nell’inconscio rendendoci difficile accettare la morte di un genitore con serenità soprattutto se li vediamo spegnersi poco alla volta, se li vediamo perdere la loro “dignità” di genitore indistruttibile anche se non dipende da loro magari a causa del cancro, di un esaurimento o di altro. Dall’altra ogni volta che lottano contro questo stato siamo orgogliosi di loro ritroviamo in parte nel nostro inconscio la loro parte indistruttibile; mi ricordo che quando mia madre si riprendeva ne ero orgoglosissimo, ero felice di ritrovarla, di ritrovare la madre che era quando ero piccolo. Mi ricordo la sofferenza che provavo, nell’ultimo anno della sua vita, nel doverla aiutare a fare la pipi nel “vasino” come i bimbi perché non voleva andare in bagno, o nel doverla imboccare per farla mangiare. Mi faceva male quella sensazione di impotenza, di sconfitta provata nel non sapere cosa fare per aiutarla, per farla uscire da quello stato. Provavo anche tanta rabbia nel vederla apatica, nel vederla non reagire, ero furioso verso quel suo modo di agire e lo ero anche verso mio fratello che si disinteressava, che non capiva la situazione, che non aveva mai capito la situazione in più di 20 anni, ma io non glielo avevo neanche mai accennato, forse glielo avessi detto il suo comportamento sarebbe stato diverso.
L’ultimo anno di vita di mia madre per me è stato durissimo, la sensazione di lottare contro qualcosa di immensamente più grande di me, di inesorabile e di imbattibile è stata la cosa più pesante della mia vita. È stato un anno duro anche perché si sono concentrati tutti i miei sensi di colpa verso di lei, si è “accesa” la sensazione di aver portato io mia madre in quella situazione con le mie scelte di vita, è una delle più brutte sensazioni che ci possa essere e anche più destabilizzante che tende a portare rabbia ulteriore verso noi stessi che tendiamo a scaricare sugli altri. Mi sembrava di essere tornato ai 9 anni quando credevo che mio padre fosse andato via di casa per colpa mia e non perché si era innamorato di una donna. La rabbia che provavo verso il mondo era la rabbia provata verso me stesso, una rabbia dura da smaltire che ti porti avanti negli anni. Dopo la morte di mia madre tutti questi sensi di colpa e rabbie sono state li con me nella mia solitudine ed è stata dura riuscire a tenerli a bada, a non dare di testa, a non incolparsi delle peggio cose. Anche per questo ho sentito il bisogno di essere vicino a C. fisicamente, di potergli trasmettere affetto con un abbraccio perché ho provato sulla mia pelle l’affrontare questi momenti in solitudine, o almeno con la sensazione della solitudine. Lo fatto con i gesti perché mi sono reso conto che le parole sono “inutili” o quasi.
Io avevo molti dubbi, tanti sensi di colpa e credo che in parte sia normale alla morte di un genitore perché ogni figlio anche quello con il rapporto migliore ha sempre qualcosa da recriminarsi, una parola non detta o un gesto di stizza ecc…, e io reagivo male o meglio non ascoltavo quando mi dicevano che è inutile farsi male con i sensi di colpa tanto non porteranno mai in vita nessuno, non serve disperarsi perché quel giorno avete bisticciato o non gli avete detto mai nulla di carino questo fa parte della vita vissuta e quando si vive si sbaglia. Più parlavano così meno reagivo e più avevo dubbi. Purtroppo nessuno ti puo aiutare a superare queste cose se non te stesso, almeno ai tempi pensavo così, oggi credo che il sentirsi apprezzati dagli amici che ti dimostrano affetto, ti aiuta a cancellare quel mostro che credi di essere in cuor tuo, ti aiuta a capire che non risolvi nulla annientandoti con i dubbi e i sensi di colpa, ti aiuta a capire che devi accetare i tuoi errori come una conseguenza del vivere ed elaborarli per evitare di rifarli.
Dopo quasi 7 anni dalla morte di mia madre e 27 da quella di mio padre ho imparato ad accettare i miei errori e ad elaborarli per superare i miei sensi di colpa e le mie rabbie, soprattutto le rabbie legate a mio fratello e a quella sensazione di abbandono che ci prende consciamente in tenera età e inconsciamente in età più adulta quando muore un genitore. A mio padre imputavo di avermi lasciato per la seconda volta, la prima fu quando andò via di casa, a mia madre le imputavo di aver lasciato la voglia di vivere e perciò la voglia di starmi vicina.
Ora dopo anni sento che molto è stato elaborato e tanto superato anche se mi rendo conto che di strada ne ho ancora molta da fare per stare bene con me stesso e con gli altri, con una signorina, col mondo e soprattutto mi rendo conto che ho ancora molta strada per far stare bene qualcuno con me.
La morte del babbo di C. credevo mi riaprisse delle vecchie ferite facendomi pensare alla morte di mio babbo e di mia mamma ma invece ripensandoci e standogli vicino in questi due giorni non solo non mi si sono riaperte delle ferite ma ne ho chiuse altre ancora aperte, non tutte ma alcune si.
Un abbraccio C. a te, alla tua mamma e alla tua nonna, e grazie di avermi permesso di esservi vicino in questi giorni.
Darietto vostro.
